Lenzi da solo nell’aula: «Niente da nascondere»

L’ex presidente è l’unico imputato presente tra i 12 accusati al processo. «Sono qui perchè non mi debbo vergognare di nulla, lasciamo parlare i giudici» 

Al centro sociale di Pontelagoscuro, parte il processo Carife

FERRARA. E’ l’unico, tra i 12 imputati, presente in aula. Davanti ai giudici del tribunale, ai pm della procura e alle decine (67, il conteggio) di avvocati di difese e di parte civile e alla ventina di “azzerati” che entrano in aula al Centro Quadrifoglio, dopo la protesta all’esterno, con striscione e cartelli.

Sergio Lenzi, ex presidente Carife, tra i massimi accusati del processo nel ruolo decisionale di aver portato a termine l’aumento di capitale, è l’unico tra tutti i coimputati che ci mette faccia e nome, rispondendo all’appello del giudice Giacomelli: «presente». «Sì, avete detto bene», annuiscono i suoi difensori, Marina Gionchetti e Massimo Mazzanti, quando sottolineiamo la sua unica presenza. E lui Lenzi, spiega il motivo per cui ha deciso di esserci. «Ho deciso di metterci faccia e nome qui in aula, perchè non ho niente da nascondere e nulla di cui vergognarmi in questa vicenda. Ora non parlo, non posso farlo per rispetto dei giudici, lo farò là seduto (indica le siede degli imputati e dei testimoni, ndr)».



Vorrebbe dire tanto di più, lo fa a taccuino chiuso. Una posizione la sua che si sintetizza con la difesa che da anni viene proposta alla città, contro le accuse di un aumento di capitale truffaldino (questa l’accusa): ma l’aumento di capitale venne voluto non da Carife (la gestione Lenzi) ma da Banca Italia, questa la difesa. E dunque perchè viene accusata Carife di una operazione bancaria voluta e decisa da Roma?

La risposta è già nelle carte del processo, nelle ipotesi d’accusa che dovranno essere confermate o smentite dai giudici: sotto accusa non è l’operazione di aumento di capitale (voluta da Banca Italia perchè ormai Carife arrancava troppo ed era sull’orlo del pre-crac, nel 2011, ma come è stato portato avanti, proposto e approvato dall’ex dirigenza, dai tecnici e dalle banche amiche, guarda caso gli imputati di questo processo. Tutti assenti gli altri, o meglio come risposta dei legali all’appello «non presenti».

Oltre Sergio Lenzi, presidente 2011, sotto accusa sono Daniele Forin, il direttore generale vecchia Carife e due “tecnici” interni, Davide Filippini e Michele Sette (direttori settori Finanza e Bilancio) accusati di aver redatto i prospetti, ritenuti falsi. Sotto accusa anche il responsabile società revisione Deloitte & Touche, Michele Masini e poi altri dirigenti di Carife e delle banche esterne con le quali Carife scambiò azioni per raggiungere - per l’accusa - la quota di 150 milioni fissata per l’aumento di capitale. Paolo Govoni (Carife Sei) e Teodorico Nanni, (Banca Credito di Romagna), società usate per triangolare lo scambio di azioni. E infine vertici di banca Valsabbina Brescia, Ezio Soardi e Spartaco Gafforini e di Caricesena, Germano Lucchi e Maurizio Teodorani e Adriano Gentili. (d.p.)