Forin e Lenzi davanti al giudice, il nodo dei rischi delle azioni Carife

Bankitalia: aumento di capitale solo per investitori esperti. Ma l’informativa non venne trasmessa agli sportelli

FERRARA.  Fin dal 2010 Bankitalia aveva dato precise indicazioni a Carife sul tipo di investitori a cui rivolgersi per realizzare l’aumento di capitale da 150 milioni di euro. Dovevano essere soggetti in grado di recepire il rischio (la banca era tutt’altro che in buona salute, come rilevato nel 2009 dagli ispettori di Bankitalia) e con una disponibilità economica tale da poter sostenere il gruppo. Ma ai “collocatori”, ovvero agli sportellisti a contatto con la clientela, questo non fu comunicato.
 

NESSUNA CIRCOLARE

È uno degli elementi emersi ieri all’udienza del processo Carife e in particolare durante l’esame di due dei 12 imputati: l’ex direttore generale Daniele Forin, e l’ex presidente Sergio Lenzi, chiamati a rispondere a vario titolo di bancarotta patrimoniale, aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza.

Secondo Forin, l’indicazione non venne trasmessa da un lato «perché si trattava di una informativa riservata di Bankitalia» e dall’altro «perché per l’acquisto di quei titoli bastavano i parametri del Mifid, che erano quelli del basso rischio». Secondo la procura invece (pm Longhi e Cavallo), la raccomandazione era andare oltre i parametri del Mifid, criterio che non venne adottato. «Non fu mandata nessuna circolare ai collocatori - ha confermato Lenzi - ma solo la delibera per l’avvio dell’aumento di capitale».

Il risultato fu che dei 150 milioni di euro di aumento di capitale, ben 87 vennero sostenuti dalla cosiddetta “clientela retail”, ovvero dai risparmiatori. Rassicurati anzi sulla tranquillità dell’operazione con un comunicato stampa secondo qui in questo modo si sarebbero rispettati in anticipo i criteri europei di Basilea 3.

TENERE IL CONTROLLOI
La procura ha poi insistito su un altro punto-chiave. Quello sulla volontà (la «missione», ha concordato Forin) dei dirigenti Carife di mantenere l’indipendenza e il controllo della banca attraverso il proprio socio di maggioranza, ovvero la Fondazione.

Da qui lo scarsissimo favore con cui venne accolta l’indicazione, sempre di Bankitalia, di trovare un “partner strategico”, altro rispetto agli investitori istituzionali, perché con facoltà di intervenire nella gestione come socio di maggioranza. Meglio chiedere sostegno alle “banche amiche” e mantenere la propria indipendenza, ha ribadito Forin. «Nel 2013 il controllo non era più un tabù», ha aggiunto Lenzi. Ma nel 2011 lo era ancora, al punto che si preferì adottare altre strategie: la vendita del Credito Veronese alla banca Valsabbina o tentare (invano) di vendere Commercio e Finanza pagando Mediobanca per cercare un acquirente.

CREDITI SVALUTATI
Il rilievo mosso agli ex dirigenti Carife è dunque quello di aver disatteso le richieste e le sollecitazioni degli ispettori di Bankitalia di porre rimedio al dissesto riqualificando il patrimonio creditizio. Crediti che risultavano ad alto quoziente di inesigibilità a causa di operazioni imprudenti, a cominciare dai prestiti al Gruppo Immobiliare Siano; al punto che nell’estate 2010, ha testimoniato Lenzi «quasi svenni quando l’allora direttore generale Grassano mi comunicò che il credito del Gruppo Siano doveva essere svalutato di 33,5 milioni». Le criticità evidenziate nel 2009 da Bankitalia, ha aggiunto, non gli erano del tutto note avendo letto solo in parte la relazione degli ispettori.

DA 150 A 180 MILIONI
È in questo contesto che si rende necessario l’aumento di capitale, fissato inizialmente in 150 milioni e successivamente (anche a seguito di un aggiornamento del piano industriale richiesto da Consob, con l’integrazione delle previsioni degli utili) in 180 milioni di euro. La comunicazione ufficiale di Bankitalia sulla necessità di superare i limiti massimi dell’aumento di capitale è del 29 aprile del 2011. Ma era una strada «non percorribile», ha replicato Lenzi, perché «il prospetto era già stato approvato e l’assemblea dei soci era già stata convocata».

In realtà già un mese prima la Bird&Bird ( incaricata di elaborare il prospetto) aveva avvertito sulla necessità di ampliare l’aumento di capitale, e in ogni caso, come è emerso dalle domande dei pm, non era necessaria una nuova approvazione del prospetto, bastava un atto dirigenziale. Ma che conseguenze avrebbe potuto avere un ulteriore aumento di capitale sugli equilibri della banca e della sua gestione? «Non sarebbero stati 30 milioni in più a far scendere la Fondazione sotto il 50%», ha parato il colpo Lenzi.

Di fatto, il “credit restart” intrapreso da Carife ebbe esiti tutt’altro che positivi, con un divario valutativo di perdite di 188 milioni e accantonamenti sottostimati, come rilevò la seconda ispezione di Bankitalia del 2012, quella che aprì la strada al commissariamento. —