Fascino Belle Epoque, Ferrara espone la moda secondo Boldini

A palazzo Diamanti un percorso in 129 passi: in mostra le fascinose nobildonne esaltate dal pittore che incantò Parigi, abiti e oggetti iconici degli anni folli a cavallo tra Ottocento e Novecento

"Boldini e la moda", tutto pronto a Palazzo dei Diamanti

La moda passa, lo stile resta, diceva Coco Chanel, per indicare che le creazioni belle e uniche resistono nel tempo e alle tendenze passeggere, se alla base c’è un’idea, un’intuizione. Lo stesso concetto lo si può tranquillamente esprimere ammirando un quadro di Giovanni Boldini, quelle tele che documentano e fotografano lo stile del suo tempo, quella Belle Epoque ricca di sfarzo e di colori in una Parigi che era veramente la Ville Lumière e l’ombelico del mondo.

Giocando in casa, ma anche attingendo agli stretti rapporti esistenti con i principali musei del mondo, “Ferrara Arte” ancora una volta ha realizzato qualcosa di unico nel suo genere. È riuscita con acume e buon gusto a trasformare una mostra con le opere del grande artista ferrarese e di alcuni suoi colleghi contemporanei, in un grande atelier dove lo stile è il grande protagonista a Palazzo Diamanti. Un raffronto tra arte e moda che valorizza ancora di più la pittura. Non solo opere dove appaiono capolavori autentici, ritratti di personaggi che per merito di Boldini resteranno immortali, dalla splendida Gladys Deacon al paludato conte Robert de Montesquiou-Fézensac, ma anche abiti, accessori, bozzetti e opere letterarie. Una mostra nella mostra per meglio comprendere un’epoca ed esaltare maggiormente l’arte di Boldini, ancora una volta profeta in patria. Meritatamente.

ATELIER PARIGINO

Un atelier a Palazzo dei Diamanti. Forse mai, come in questo caso la parola francese, riesce a riassumere e contemporaneamente a valorizzare il laboratorio del pittore e quello del creatore di alta moda. E chi più di Giovanni Boldini poteva essere il protagonista della mostra che si apre sabato nelle Gallerie civiche d’arte moderna del nobile contenitore rinascimentale. E allora entriamo nell’atelier di “Boldini e la moda”, la splendida mostra promossa da Ferrara Arte e Gallerie-Museo Boldini, curata da Barbara Guidi con la collaborazione di Virginia Hill. Le sale sono ancora piene di tecnici che posizionano i quadri, che sistemano i preziosi abiti originali provenienti da importanti collezioni, che controllano e ricontrollano le luci e gli effetti, che mai come in questa occasione devono rendere tutta appieno la perfezione dei quadri e dei loro colori e degli abiti.

Valore elevato. Una mostra tutt’altro che facile proprio perché ci presenta gran parte del nostro patrimonio cittadino riguardante Boldini, tanto che qualcuno potrebbe definirla “scontata”. Non è così. Il valore scientifico e culturale di questa esposizione è elevato, arricchito da materiale pittorico proveniente da vari musei e collezioni con alcuni quadri mai visti fino ad ora. Gli imballaggi, le casse e gli scatoloni che tra poco spariranno, danno l’idea di quello che deve essere il backstage di una sfilata nei momenti che precedono il via alla passerella. Perché di passerella si tratta; una passerella di quadri, disegni, vestiti, oggetti, ma soprattutto la passerella di una società che tra fine Ottocento e primi Novecento sembrava aver raggiunto il massimo della gioia di vivere e che invece dopo poco avrebbe dovuto fare i conti con il grande evento catastrofico della Prima Guerra Mondiale che tutto avrebbe cambiato, aprendo ben altre porte verso il futuro.

Di quella “joie de vivre”, di quell’eleganza dell’alta società, Boldini fu contemporaneamente il fautore e il prodotto, un’onda così lunga che i grandi stilisti francesi come Christian Dior e John Galliano ne hanno ancora tratto ispirazione, come mostra l’abito della maison esposto nella prima sala, vero prologo, assieme a “Madame Charles Max” del 1896, un vestito dal colore bianco, che la donna raccoglie con la mano destra, mentre con la sinistra compie un gesto quasi da benvenuto, per farci entrare a casa propria.

Teche e vestiti. I preziosi vestiti sono racchiusi in teche di vetro con specchi riflettenti e sembrano a volte quelle damine dei carillon che aspettano di essere caricate per prendere vita. Un magnetismo quasi inconscio spinge ad ammirare le pennellate multicolori o monocrome di Boldini per poi cercare di rintracciarle nei merletti e nelle stoffe tridimensionali. «Il linguaggio della ritrattistica di Boldini – ci dice Barbara Guidi che ci ha fatto da guida – è la chiave del suo successo anche oggi. Le pose delle donne ritratte, che sembrano naturali, in realtà erano molto studiate».

Questa era la nuova donna di una nuova società che Boldini rappresentava e creava. Come ha detto la curatrice, era lo stesso Boldini a scegliere il vestito. L’abito, proprio in questo periodo, è ritenuto importante anche dagli scrittori e alcune citazioni – di Baudelaire, Oscar Wilde, Proust e D’Annunzio - le troviamo scritte nelle varie sale (alzate ben il naso all’insù per vederle). Ritratti che a volte hanno fatto scandalo, costringendo Boldini a ritoccarli, anche per le pose delle protagoniste. Pose “alla Boldini”, che erano loro stesse a richiedere per essere sicure di riscuotere l’indispensabile successo per fare parte dell’alta società. E così attrici, ballerine, nobildonne si mettevano in fila davanti all’atelier del ferrarese che seppe magnificamente immortalare «la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Bella Epoque».

SINONIMO DI STILE

Si trascuri per un attimo l’aspetto estetico e stilistico della moda. E guardiamo al suo lato sociale, culturale ed economico. Boldini e la moda vanno a braccetto. «Ora, Boldini è stato di moda, e i colleghi sfortunati non dovevano perdonarglielo molto in fretta», scrisse nel 1935 il pungente Sacha Guitry. E non solo gli altri pittori, ma i rigoristi hanno fin dall’inizio condannato il mondo meraviglioso di Boldini, ed un successo senza pari. Perché, come accadeva nel Medioevo con le leggi suntuarie, i moralisti di ogni tempo hanno creduto e tuttora sono convinti che non si debba ostentare la propria ricchezza mediante l’esibizione di abiti ed oggetti di grande lusso.

Boldini divenne ricco, famoso e amato. La bellezza era nelle sue corde, una bellezza sontuosa, priva di timidezze, certo difficile da possedere senza soldi veri o cervelli sopraffini. Ma non era “riccanza”, cioè quella apparenza che chi non ce l’ha, la sogna e la vorrebbe per sé, anche se non di buon gusto perché esagerata. Si trattava al contrario di arte pura, valorizzazione della magnificenza di forme e materiali, di donne ed uomini votati alla perfezione. Non c’è alcuna differenza intrinseca fra i Re Magi di Gentile da Fabriano (1423) e le divine creature di Boldini. Ogni tentativo di arginare lo sfarzo dei ricchi è stato sempre vano. Per fortuna, dato che un manufatto costoso viene sempre dalle mani di persone che lavorano onestamente e producono. Grazie a loro l’economia gira, tanto quanto la fa progredire oggi la globalizzazione che non tiene conto della qualità ma si basa sulla quantità ed il basso costo della manodopera.



Tra lusso e rivolte. Ogni scossone economico riguardante la moda, dato dalle incognite presenti in questo campo, provoca conseguenze pesanti. Boldini visse nella Parigi già divenuta patria mondiale della moda. Ma l’Ottocento d’Oltralpe non era tutto rose e fiori. Un esempio. Tre rivolte operaie sconvolsero Lione nel 1831, nel 1834 e nel 1848. I “canuts”, setaioli che producevano pregiati tessuti serici da secoli, non avevano più la clientela giusta, faticavano a mantenere il primato, erano pressati dalle nuove tecnologie dei telai meccanici che riducevano la necessità di impiegare operai. Era crisi vera.

Per risollevare le imprese di Lione anche l’imperatrice Eugenia (1826-1920) si dedicò a persuadere le dame perché tornassero ad acquistare le sete francesi: lanciava mode su mode dedicate ad abiti dalle gonne amplissime, per le quali occorrevano importanti metrature di seta. Le signore, ovviamente, cercarono di imitarla. Lione respirò. Non diversa fu l’influenza di Boldini, i cui dipinti avevano sempre un aspetto modaiolo ben impostato e decifrabile. Tutti sapevano da quale atelier proveniva questo o quell’abito, chi la modista, chi il calzolaio, chi il gioielliere, che avevano adornato i ritrattati. Riviste specializzate e giornali se ne occupavano. Come oggi per Kate e Meghan. E si vendeva. Però anche in questo mondo il progresso stava minando le basi qualitative dei prodotti.

Perle coltivate. Alla fine del XIX secolo, il signor Kōkichi Mikimoto mise a punto la tecnica della coltivazione in acqua salata delle perle. Sarà la fine del primato di questo raro dono naturale del mare, da secoli prerogativa di quanti potevano permettersi di spendere cifre esorbitanti per i gioielli. Il prezzo delle vere perle non crollò, ma il loro mercato divenne difficile. Le perle coltivate erano belle quasi quanto le naturali, ma, se tante donne potevano averle, non c’era più gusto. Boldini amava dipingere le perle: un ritratto celeberrimo e dalla storia travagliata, che il Maestro eseguì per donna Franca Florio, riprende il famoso filo di perle della nobildonna, che pare contasse 365 sfere e si favoleggia avesse la lunghezza di sette metri. Faceva sfigurare le perle della regina Margherita (in latino margarita significa perla, e la sovrana ne aveva di magnifiche) e andò all’asta quando i Florio caddero in rovina.

Le mode trasmesse dai ritratti di Boldini non sono mai tramontate, lo testimoniano i tanti stilisti che hanno dichiarato di aver tratto frutto dai suoi dipinti. Se nel 1942 il critico Pietro Maria Bardi sosteneva, riguardo a Boldini, che «L’intollerato in quella pittura è l’abbigliamento» seppur scelto da un artista di formidabile valore, un grande come Christian Dior (1905-1957) non nascondeva la sua ammirazione per il ferrarese in quanto programmatore attivo nel creare quanto di più elegante si potesse concepire, lasciando a chi non s’intendeva di moda il destino di cadere in errori di valutazione imperdonabili.

QUEL DANDY RAFFINATO

Il conte Robert de Montesquiou-Fézensac (1855 - 1921) non era discendente del grande pensatore Montesquieu, però vantava una parentela con D’Artagnan, proprio quello di Dumas, veramente esistito. Benché guascone, era una persona mite e la vita militare non gli interessava. Poeta scadente, mediocre come scrittore, ma esteta di primo livello, si trattava di un dandy fatto e finito. Con tutti gli eccessi di figure come queste. Un “dandy tarabiscoté”, ovvero raffinato fino all’estenuazione, affettato e teatrale; lo si chiamava “Grotesquiou” giocando con il termine grottesco, “Zietta” ovvero omosessuale, e tale era anche se teneva molto a non sbandierarlo.



L’eleganza raffinata. La sua eleganza non veniva messa in discussione, anche se confinava con una cura maniacale che lo rese personaggio da romanzo, ispirando Rostand, Proust e Huysmans. Aveva un giro di amici ed amiche potenti ed era introdotto negli ambienti più elitari. Innumerevoli ritratti eseguiti per lui ornavano la sua abitazione, ma l’apoteosi giunse nel 1897, quando Boldini produsse uno dei vertici della sua arte nel campo del ritratto maschile: e fu un immortale Montesquiou. Commosso ed esaltato, il conte scrisse lettere entusiastiche a Boldini, e ci ha lasciato anche articoli di giornale che definire elogiativi è riduttivo. Il quadro si trova dal 1977 al Musée d’Orsay di Parigi, ma fu donato dagli eredi del conte ai musei francesi fin dal 1922. Fasciato in una redingote setosa color tortora scuro dagli infiniti riflessi, il dandy, dai baffi a manubrio, ha le lunghe mani guantate di pelle color ghiaccio. Con la sinistra regge la falda di un cappello a cilindro chiaro, modello detto spesso all’inglese “Fur Melusine Top Hat” e in francese “chapeau haut-de-forme”. Era lavorato usando feltro derivato da pellicce, come lapin o, nel caso di cappelli scuri, il castoro.

Da cui “Beaver Hat”. Purtroppo, per fare questi copricapi, che erano unisex, vennero sterminati milioni di roditori e leporidi, fino a quando si iniziò ad usare, invece di pelame, seta su sostegno speciale. Così il cappello, dotato di molle (il cosiddetto “Gibus”), era anche leggero e si poteva appiattire.

Un altro elemento importante del quadro è la “canne de promenade”, il bastone da passeggio che è retto dalla mano destra di Montesquiou. Ha l’impugnatura color turchese, ma non doveva trattarsi della pietra omonima, che è semidura (5-6 Mohs) e si rovina facilmente. Viene alterata dal contatto di profumi ed unguenti, dei quali certo il conte faceva largo uso. Se cade si rompe con frattura concoide, come fa la traccia di un cucchiaio in un budino. È più facile che fosse d’argento o oro smaltato di turchese, ma secondo Leandre Vaillat si trattava di porcellana di Sassonia. Il proprietario diceva che il suo bastone era appartenuto a re Luigi XV. Lo aveva acquistato ad un’asta dei beni di Edmond de Goncourt. Per via di questo bastone il conte si battè in duello con il poeta Henri de Regnier che gli aveva rivolto frasi alludenti ai suoi particolari gusti sessuali.

Il bastone di Dalì. Pare che brandendo la canna il conte si sia fatto largo senza scrupoli durante l’incendio del Bazar de la Charité, il 4 maggio 1897. Si trattò di un drammatico avvenimento nel quale perirono 126 persone, tra cui Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, la famosa Sissi. Anni dopo lo stesso bastone fu di proprietà di Salvador Dalì, e si dice sia stato distrutto da un incendio che nel 1984 ha danneggiato il fantasmagorico Castell de Púbol, residenza di Gala e Salvador presso Girona, come racconta Ignacio Gómez de Liaño in una biografia di Dalì del 2004.

ANDATA E RITORNO

Lo spirito di madame Dior che entra in passerella accompagnato da un marinaretto, Christian bimbo che in quel 2005 avrebbe compiuto cent’anni. Trasparenze di grigio, veli e un’acconciatura sbarazzina da fin de siècle: la modella scelta per rivisitare la storia ricca e romantica della maison pare uscita da un quadro, dipinta con pennellate febbrili da Giovanni Boldini. Guardate se non pare la dinamica Madame Charles Max ritratta nel 1986, ammantata da una veste color perla con una generosa scollatura, amplificata dalla spallina maliziosamente scivolata via, e stretta in vita da una fusciacca dorata.



La modella vestita da John Galliano ha perduto anche la seconda spallina, i due lembi che si incrociano davanti alla vita ne tracciano appena un ricordo, ha indossato un copricapo che fa molto Parigi e manegggia un ombrello con cui segna l’incedere all’aperto - del resto è all’aperto, è scesa da una carrozza e attraversa un giardino edoardiano in rovina, ma l’atteggiamento e lo stile sono quelli stessi immortalati da Boldini. Un omaggio alla storia della maison, quello portato alla settimana della moda parigina, che è necessariamente un richiamo a Boldini e alle sue donne che sfidano le consuetudini borghesi ed espongono con orgoglio la propria femminilità. Malizia e trasparenze.

I curatori della mostra hanno voluto mettere le due figure femminili in dialogo, nella prima stanza. Di qua il quadro a grandezza più che naturale donato al museo d’Orsay dalla stessa donna Charles Max, di là lo scatto della sfilata che ha un posto d’onore nel museo della casa di mode. Dall’aprile 2017 Christian Dior è un marchio di Lvmh, colosso del lusso che ha acquistato la casa con un’operazione da 13 miliardi di euro.

Una suggestione. Mentre il ferrarese Boldini conquistava la scena parigina dipingendo le protagoniste della Belle Époque, a Parigi sbarcava anche il trentenne Alessandro Berluti, mastro calzolaio marchigiano, che fece fortuna con la scarpa stringata da uomo realizzata da un unico pezzo di pelle, a cui diede il suo nome di battesimo, mentre il cognome lo riservò per l’azienda che si sviluppò attorno a quel modello iconico ed esclusivo che dal 1895 viene ancora prodotto. Boldini torna a Ferrara in mostra; la Berluti (anch’essa parte del gruppo Lvmh) è sbarcata a Ferrara per impiantare una manifattura a Gaibanella. Dall’Italia a Parigi, e ritorno, nel segno della moda.


INFO

La mostra “Boldini e la moda” è aperta fino a domenica 2 giugno 2019, tutti i giorni dalle ore 9 alle 19 (la biglietteria chiude 30 minuti prima). Potrà essere visitata il giorno di Pasqua (21 aprile), Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. Sono previste aperture serali straordinarie nella giornate: venerdì 8 marzo, domenica 21 aprile, venerdì 31 maggio, sabato 1 e domenica 2 giugno fino alle 22.30; sabato 18 maggio fino a mezzanotte. I prezzi (audioguida inclusa): intero: 13 euro. Ridotto: 11 euro (dai 6 ai 18 anni compresi, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate). Gruppi (minimo 15 persone): 11 euro (1 accompagnatore gratuito ogni 20 paganti). Scuole: 5 euro (2 accompagnatori gratuiti per ogni classe). Gratuito: bambini sotto i 6 anni, disabili al 100% con un accompagnatore, giornalisti e guide turistiche con tesserino, membri Icom, militari in divisa.