Ferrara, Pfas inquinanti emergenti. Bratti: presto i nuovi limiti

La centrale di potabilizzazione Hera di Pontelagoscuro

Tracce rilevate nell'acqua di Hera. Il direttore Ispra ne ha discusso la scorsa settimana con il ministro Costa. «Per abbatterli servono filtri costosi e non sempre efficaci, controlli non univoci»

FERRARA. Gli inquinanti Pfas sono un problema gigantesco per le acque del Veneto, ma il caso delle tracce di C6O4, uno dei più recenti composti chimici di questa famiglia, rinvenuto per la prima volta in acqua potabile a Santa Maria Maddalena su forniture Hera, dimostra che la questione sta diventando globale. Ne è ben consapevole Alessandro Bratti, direttore Ispra, che proprio la scorsa settimana era al ministero dell’Ambiente a discutere con il ministro Costa di nuove limitazioni per questa famiglia d’inquinanti a forte impatto sul sistema endocrino: «Nel decreto che uscirà a breve - anticipa l’ex parlamentare Pd - ci saranno l’istituzione di un gruppo di studio sugli Pfas, con particolare riferimento ai composti a “catena corta” come appunto il C6O4, e nuove indicazioni di legge relative alle concentrazioni nelle acqua, comprese quelle di scarico. Il caso di Santa Maria Maddalena e Ferrara è particolarmente complicato proprio perché ci sono aspetti sanitari, ambientali e anche di metodi di rilevazione. Prima di prendere decisioni è il caso di avere in mano un consistente set di dati».

Da dove vengono. Sostanze come il C6O4 a “catena corta” sono state introdotte nelle filiere produttive proprio per sostituire i Pfas a “catena lunga”, i primi ad essere stati scoperti in Veneto a seguito degli inquinamenti provocati dagli scarichi della fabbrica Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza. Gli inquinanti a “catena lunga” vengono considerati pericolosi anche per la loro persistenza nell’ambiente, «ma non è che i loro sostituti a “catena corta” possano essere considerati privi d’impatto. Per questo - riassume Bratti - la Regione Veneto ha reso obbligatori specifici filtri a carbone attivo nella produzione di acqua potabile, che sono molto costosi e si sono peraltro rivelati molto più efficaci sui Pfas a “catena lunga”. Il Veneto ha poi chiesto di azzerare la presenza di C6O4 nell’acqua potabile, al di sotto quindi del limite di rilevabilità che è 40 µg al litro, mentre nel resto d’Italia, Emilia compresa, si tiene conto del solo limite di legge per tutti i Pfas».


Controlli lungo il Po. Ispra si sta preparando al secondo censimento degli Pfas, il primo ha rilevato la presenza di C6O4 nel Po, anche dalle nostre parti. Arpav, cioè l’agenzia ambiente del Veneto, una volta venuta a conoscenza della positività di un test effettuato a Santa Maria Maddalena dal gestore Acquevenete su fornitura Hera, ha effettuato a sua volta delle rilevazioni. «A quanto mi risulta, i dati Arpav mostrano limiti attorno o di poco superiori al limite di rilevabilità, comunque inferiori a quelli di Acquevenete - riporta il direttore Ispra - È anche un problema di metodologie: non c’è uno standard unico per quanto riguarda questo tipo d’inquinanti, ed ogni metodologia utilizzata rischia di riportare dati diversi. Anche per questo motivo, prima di prendere decisioni di qualsiasi tipo sarebbe opportuno valutare una griglia di dati corposa».

Bratti sottolinea in conclusione che «le decisioni relative alla potabilità dell’acqua sono di tipo squisitamente sanitaria, quindi spetta all’Asl competente. Per quanto riguarda il rapporto tra Acquevenete e Hera, l’acquirente chiede al fornitore uno standard di un certo tipo, cioè niente residui C6O4: dovranno regolarsi nell’ambito dei contratti». —



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