Franceschini: «Via i due vicepremier». Così l’accordo Pd-M5S si può fare

Passo indietro dei democratici per aggirare l’ostacolo rappresentato da Di Maio. Ma lo stallo non si sblocca

ROMA.  Nonostante gli incagli, Giuseppe Conte ostenta ottimismo. La preparazione del suo governo è a buon punto. Annuncia: «Il clima è positivo. Martedì o al massimo mercoledì sciolgo la riserva». Si è vicini a una svolta anche sul nodo di fondo, che non è il programma, ma l’organigramma. Del braccio di ferro sui vicepremier, ormai si sa tutto o quasi. Ma ieri il Partito Democratico ha fatto la sua mossa. Accetta un governo senza vicepremier e non se ne parli più.

Mossa di Franceschini. È stato Dario Franceschini, che era in predicato di divenire vicepremier in quota Dem, e secondo le indiscrezioni era in competiizione con Andrea Orlando, a compiere la mossa che sgombrava il terreno, con un tweet immediatamente apprezzato e rilanciato dagli altri big del partito.


«Per una volta – ha scritto Franceschini – Beppe Grillo (riferendosi al video del giorno prima, quello in cui si dichiarava «esausto» da queste bizantine trattative, ndr) è stato convincente. Una sfida così importante per il futuro di tutti non si blocca per un problema di “posti”. Serve generosità. Per riuscire ad andare avanti allora cominciamo a eliminare entrambi i posti da vicepremier».

Attivisti disorientati. Un segnale molto atteso, dentro e fuori il Pd. Che ha disorientato gli attivisti, a dir poco. Ma Zingaretti ci è saltato sopra con gioia. «Un altro contributo del Pd per sbloccare la situazione e aiutare il governo a decollare».

Appello di Zingaretti. Dopodiché la rivolta dei militanti contro questo riconoscimento nei confronti dell’arcinemico Grillo dev’essere risuonata fino ai piani alti, tanto che Zingaretti ha sentito la necessità di un videoappello ai suoi: «Lo so che è difficile, ma stiamo facendo di tutto per riaccendere l’economia italiana. In pochi giorni già centinaia di milioni di euro di risparmi dalle aste dei titoli pubblici. Vale la pena provarci per il bene dell’Italia».

E poi, dato che prosegue l’odissea della nave «Mare Jonio» (ieri altre tre persone sono state portate via in barella; ne restano ancora 31 a bordo), e che da sinistra sale forte la richiesta di un atto di discontinuità, Zingaretti ha incalzato Conte: «La vicenda di Mare Jonio conferma che in Italia sull’immigrazione bisogna cambiare tutto. Coinvolgere con autorevolezza l’Europa, unire sicurezza, legalità e umanità è possibile. Il Governo non faccia finta di niente, stiamo parlando di esseri umani».

A questo punto, la palla è nel campo del Movimento 5 Stelle. Conte era già intervenuto al mattino, in video, alla festa del “Fatto Quotidiano” con un alcuni messaggi precisi da inviare. Sulla sua collocazione politica, «definirmi premier Cinquestelle è inappropriato. Non sono iscritto, non partecipo alle riunioni del gruppo dirigente, non ho mai incontrato i gruppi parlamentari. Resta la vicinanza. Li ho votati alle ultime Politiche perché ero indicato come ministro».

I propositi di Conte. Sulla rottura definitiva con la Lega, ha sottolineato: «Ho dimostrato con i fatti che non sono un premier per tutte le stagioni». E, infine, sul programma in preparazione, «sarà difficile distinguere una misura o un obiettivo che sta a cuore a l’una o all’altra forza politica». Conte ha in mente alcune mosse a sorpresa, che diano corpo alla promessa di un programma innovativo. Una è un ministero della Sburocratizzazione e l’Innovazione, incardinato a palazzo Chigi, con cui spingere sull’agenda digitale e la modernizzazione della burocrazia.

Il grande sconfitto di questa pazza estate, intanto, ovvero Matteo Salvini, si rifugia nell’affetto dei suoi militanti e affila le armi per la prossima lunghissima campagna elettorale. «Conte – dice Salvini, commentando l’intervento del mattino – ha già scaricato i Cinque Stelle e ha abbracciato con entusiasmo il suo Pd. Che tristezza, da avvocato del popolo ad avvocato della casta. Non potranno scappare dal voto all’infinito, noi lavoriamo e ci prepariamo a vincere». —