Il senatore Balboni: i sovietici avevano vinto la guerra ma perdevano la pace

Per i movimenti studenteschi della destra, cui avevo aderito fin da giovanissimo, il muro di Berlino rappresentava una ferita aperta nel cuore stesso dell’Europa. Fino agli anni Ottanta erano ancora in molti a considerare l’Unione Sovietica la “Patria del Socialismo”. Al contrario, noi giovani di destra stavamo dalla parte dei popoli oppressi dell’Europa dell’Est e cantavamo «avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest» in onore dei martiri ungheresi della rivolta del ’56. E questo mentre gran parte della sinistra italiana si schierava dalla parte dei carri armati sovietici (emblematico l’articolo contro i “fascisti” ungheresi scritto sull’Unità dall’on. Giorgio Napolitano).
Erano gli anni in cui alle nostre riunioni si parlava della resistenza coraggiosa dei popoli baltici contro l’Armata Rossa, si leggevano i libri sui Gulag di Solgenitsin, si rendeva onore alla memoria di Jan Palach, immolatosi per protesta contro l’invasione di Praga del ’68. Durante le nostre manifestazioni gridavamo lo slogan “Europa Nazione”. I giovani di sinistra, al contrario, si entusiasmavano per la dittatura di Mao o per il guerrigliero Che Guevara e teorizzavano che «uccidere un fascista non è reato» (dove per fascista si intendevano i militanti di destra, come Sergio Ramelli e tanti altri).

Allora sembrava davvero che tutto ci desse torto, non solo per lo strapotere del comunismo sovietico e cinese, che per tutti gli anni 60 e 70 aveva costantemente ampliato il proprio dominio in gran parte del terzo mondo, ma anche e soprattutto per l’arrendevolezza delle potenze occidentali, quasi sempre perdenti sul piano politico prima ancora che militare perché indebolite da movimenti pacifisti e – in alcuni casi, come in Francia ed Italia – dalla presenza di fortissimi partiti comunisti nazionali legati a Mosca.

Che qualcosa stesse cambiando lo capimmo con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, quando per la prima volta l’Armata Rossa non riuscì a prevalere. Poi vennero la rivolta dei cantieri di Danzica, la rivoluzione gentile di Praga, la glasnost di Gorbaciov, il vano tentativo di riformarsi dall’interno del comunismo sovietico, miseramente fallito. In pochi anni, le sorti magnifiche e progressive del comunismo erano finite nella polvere e noi ragazzi del Fronte della Gioventù e del Msi di Almirante, bollati come scorie del passato dai quei nostri avversari apparentemente invincibili, ottenemmo la grande soddisfazione di vedere la storia darci ragione.
Ricordo benissimo che a questo pensai quando trent’anni fa vidi cadere il muro di Berlino. Pensai che se l’Unione Sovietica aveva vinto la seconda guerra mondiale e dominato per quarant’anni l’Europa dell’Est, adesso aveva perso la pace. E che sotto le macerie dell’Unione Sovietica sarebbe rimasto sepolto il comunismo, compreso quello nostrano. E che, con la fine del comunismo e della guerra fredda, anche in Italia si poteva aprire una nuova stagione politica, nella quale la Dc avrebbe perso il monopolio del “voto utile” e la destra giocare finalmente un ruolo da protagonista e non di mera testimonianza.

Mentre con gioia guardavo in Tv i tedeschi abbattere a picconate il muro, pensavo anche con tristezza che il destino aveva impedito la stessa soddisfazione ad un grande italiano come Giorgio Almirante, scomparso appena un anno prima. Mi sarebbe davvero piaciuto ascoltarlo commentare quel fatto storico con quel suo eloquio affascinate ed insuperabile, sentirlo spiegare come chi aveva torto in realtà avesse ragione e viceversa. E infine pensavo a come, senza più la minaccia del comunismo, anche io avrei potuto esprimere più liberamente le mie idee. Anche se allora non immaginavo minimamente di diventare il primo esponente della destra ferrarese in Parlamento. Ma questa è un’altra storia.
 

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