Il magistrato Giorgi: la lezione di Berlino, più Europa

A trent'anni dalla caduta del muro, i ferraresi raccontano il 9 novembre

Il magistrato ferrarese Maria Silvia Giorgi

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale gli Alleati vincitori smisero di essere... alleati e cominciarono a combattersi tra loro: Americani e Inglesi da una parte e Russi sovietici dall’altra. Lo fecero senza usare le armi tradizionali (era appena finita una guerra che aveva fatto più di 40 milioni di morti), ma usando quelle della propaganda e della politica. Fu il periodo della “guerra fredda”. Il mondo era di fatto diviso tra le nazioni occidentali da una parte, alleate per tradizione, storia e valori culturali, e le nazioni orientali dall’altra, fedeli invece ai principi comunisti dell’Unione Sovietica. Queste decisioni furono prese nel 1945 a Yalta (in Crimea, Ucraina), dagli Alleati vittoriosi sul nazismo.

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Il risultato fu che il mondo venne tagliato in due; che l’Europa venne tagliata in due. E anche una città, Berlino, la capitale della Germania sconfitta, venne tagliata in due (anzi, a dire la verità, in quattro, perché era separata nei settori americano, inglese, francese e sovietico). Con il passare degli anni dalla fine della guerra le condizioni di vita e di libertà degli abitanti del settore Est peggiorarono sempre più mentre, al contrario, la zona Ovest della città veniva rapidamente ricostruita, si creava lavoro e il benessere aumentava.
Chi poteva provava a fuggire e così, la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961, le autorità di Berlino Est cominciarono a costruire una recinzione di filo spinato per impedire ai propri cittadini di scappare a Ovest.

Appena due giorni dopo, il filo spinato fu sostituito da un muro di cemento armato alto quasi quattro metri che, nel corso degli anni, diventò sempre più impenetrabile, raggiunse la lunghezza di 155 km e veniva pattugliato da guardie armate e cecchini pronti a sparare se scoprivano un loro concittadino mentre tentava di attraversarlo. Questo stato di cose durò per ben 28 anni finché, il 9 novembre 1989, trent’anni fa, le autorità di Berlino Est diedero ai propri concittadini il permesso di visitare Berlino Ovest. In poche ore decine di migliaia di persone si presentarono ai pochi punti di passaggio e le guardie, incredule, furono costrette a lasciarle passare. Il Muro di Berlino venne abbattuto dagli stessi cittadini, che si presentarono con mazze e picconi per distruggere quella barriera che per decenni aveva lacerato l’anima del popolo tedesco.

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Ebbi l’occasione di visitare per la prima volta Berlino dopo 15 anni dalla caduta del Muro e ancora ricordo vivissime le emozioni nell’avvicinarmi al Checkpoint Charlie, che in origine era situato sulla Friedrichstrasse, all’altezza dell’incrocio con Zimmerstrasse e collegava il quartiere sovietico di Mitte con quello statunitense di Kreuzberg. Molti erano i pensieri, ragionamenti, le aspettative. Certamente la speranza di un futuro più limpido e libero.

Tuttavia, nel corso dell’ultimo ventennio, dopo la caduta del muro e la complessa opera di perfezionamento del processo di riunificazione delle due Germanie, l’Europa è stata sconvolta da una serie di eventi drammatici: le imponenti migrazioni di grandi masse di popolazione dall’Asia e dall’Africa conseguenti alla destabilizzazione politico-militare e all’impoverimento generale di quei territori; la grave crisi economico-finanziaria dell’Eurozona; l’esplosione della violenza terroristica di matrice jihadista; il referendum degli inglesi a favore di Brexit.

Le Istituzioni europee non sono state in grado di offrire soluzioni forti e condivise a siffatti problemi di portata epocale. Le frammentarie risposte in materia economico-finanziaria in tema di gestione dei flussi migratori non hanno soddisfatto le legittime aspettative dei cittadini. Si è così alimentato un diffuso sentimento di insicurezza che ha favorito l’insorgere di movimenti di opinione intrisi di populismo e nazionalismo, anche d’impronta “sovranista”, e l’adozione unilaterale da parte di alcuni Stati membri di politiche restrittive in materia di sicurezza e giustizia, non sempre compatibili con lo spazio giuridico delle libertà e dei diritti individuali e collettivi.
Il modello europeo di democrazia, che vide la luce circa sessant’anni fa, fondato sui valori della pace, della tolleranza, della libertà, dell’apertura verso il mondo, e sui principi dello Stato di diritto, è andato perdendo il suo fascino e molte persone non si sono più riconosciute in esso. Tuttavia, chi crede davvero nello spirito iniziale dell’Unione europea, nella validità di un ideale e di un progetto che hanno assicurato pace e benessere ai cittadini (circostanza di cui ci si dimentica oggi facilmente) non si rassegna al fatto che tutto ciò possa svanire e intende perciò riaffermare che l’Europa non è il problema, ma la soluzione dei problemi, pur avvertendosi la necessità di un più solido processo di ricostruzione e rafforzamento del modello originario.
Resta quindi alto e forte l’appello dei padri costituenti: “più Europa”!