La scrittrice Capossele: la parola patria mi commuove solo in tedesco

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La Ddr per me sarà sempre una piccola stazione della Turingia a sud di Lipsia, protesa verso l’ovest, già lontano, che i viaggiatori, di un treno caldo e odoroso di creolina, guardavano dal finestrino. C’era scritto con caratteri ancora gotici, neri e scoloriti sull’uniforme colore grigio-comunista, Paulinzella. Era, per l’appunto, l’estate del 1989, io ero giovane e il mondo attorno a me era stato disegnato, un volta per sempre, da mani di persone che avevano visto tutto quello che c’era da vedere, alla mia generazione sembravano toccati solo gli avanzi della Storia. Ciò produceva nella maggioranza di noi uno sdegno indicibilmente muto per il mondo che sarebbe venuto; in altri, una minoranza in cui mi era più facile riconoscermi, uno snobistico attaccamento ad una infanzia della Storia che non era mai esistita se non nei sogni e nelle descrizioni dei romanzi.

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Ecco, vorrei dire che avevo tutto chiaro davanti a me quel pomeriggio di luce fulgida, mentre andavo a Weimar, alla fine di luglio del 1989. Ma la verità era che non vedevo altro che un orto ben coltivato davanti alla stazione, dove il treno si era fermato, sospirando come negli anni Cinquanta. In quell’orto c’erano verdure e fiori mescolati insieme, come nei giardini della mia infanzia campagnola, le bocche di leone, le dalie e i pomodori, cresciuti dal clima di calda primavera che è l’estate del nord. Quell’orto per me è la fine della Ddr, assieme alla donna che uscì dalla porticina della stazione con una brocca di latta bianca piena d’acqua, che rovesciò su certe piantine legate a dei tutori di legno, per farle crescere sane.

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Per un attimo, sono stata una viaggiatrice fortunata del 1903 o 1912 o, forse, 1928 e ho guardato la scena da un’ottica di privilegio, che non ho più provato in nessun posto al mondo e così che è andata: ho approfittato di una tragedia immensa per vivere, anche se per poco, come Djuna Barnes.

Naturalmente sapevo qual era la verità, Come vivevano le persone a Bitterfeld, ad Apolda. Cosa nascondevano le foreste verdi, i piccoli campanili a cipolla, i quaderni con la copertina nera e il profilo dei fogli rossi, di carta verdina, impalpabile. Sapevo che tutti i giorni la gente si alzava prendeva una borsa per fare la fila e comperava qualcosa che era giudicata indispensabile, mentre la coscienza della realtà svaniva oltre il confine a cui tutti pensavano, anch’io, che pure esercitavo sotto i loro occhi il privilegio di andare e venire come mi pareva. Ci pensavo anch’io. Ma dal 1985, ci sono tornata lo stesso, ogni anno, per vedere l’Europa com’era nel 1930, per guardare in faccia la ferita del Vecchio Continente da cui venivamo anch’io e il mio modesto dolore. Quando è finita, il muro è crollato, non ho detto come tanti: lo avevo immaginato. No, io pensavo che ci volesse ancora tempo, chissà quanto, perché quel mondo si cancellasse. Era del resto la società della mia infanzia, quello della guerra fredda, del bene e del male.

Dopo la Ddr, è arrivata la Germania tutta intera, un paese che amo con tutta me stessa, e dove ancora ritrovo un po’ di quel giardino, del gesto della donna che versava l’acqua e dell’ombra che le piantine facevano sul terreno arido, di quelle nubi veloci, bianche contro il cielo celeste. Forse sarà per questo che la parola patria mi commuove solo in tedesco: Heimat.