Le pericolose contraddizioni dell'Occidente post muro

Le idee dei ferraresi sulla caduta del muro di Berlino

La caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, segnò la fine della cortina di ferro e con essa la fine dell’ordine mondiale deciso a Yalta, fra i vincitori della seconda guerra mondiale. Fu la fine del mondo diviso in blocchi e di una contrapposizione basata sull’incompatibilità di due modelli ideologici. Più che la vittoria di uno sull’altro, fu il collasso del modello sovietico. Fu il crollo non solo di un sistema economico, che non garantiva più nemmeno il pane, ma dell’orizzonte marxista dell’uomo nuovo, del sole dell’avvenire nella sua declinazione leninista, smentito senza appello sul piano scientifico dalla sua pretesa totalizzante e dall’impressionante carico di orrori del quale è stato autore criminale, portatore ed espressione, in quanto regime totalitario e barbaramente oppressivo.

Fu la fine di un mondo fatto essenzialmente di due mondi, la cui sfida infinita ha portato sull’orlo della follia di una guerra nucleare. Quel muro e quella sfida sono stati anche a lungo il mortale ossigeno per un terrorismo internazionale che ha sparso sangue ovunque e per lunghi anni. Fu mortale ossigeno per giustificare altrettanti regimi repressivi a causa dei quali tuttora tante madri reclamano di sapere dove sono finiti i figli. E fu mortale ragione per misurare i rapporti di forza in conflitti e guerre, di cui il Vietnam è probabilmente fra i simboli maggiormente drammatici e raccontati.

La caduta del muro di Berlino: la storia, i numeri, le immagini

Il crollo del muro fu anche l’esempio di come, talvolta, la storia possa andare più veloce della cronaca, visto che cancellerie e governi furono colti di sorpresa dalle picconate. Una crepa nella presunzione della politica di saper governare e gestire cicli storici e contesti sociali.

Fu la fine di un mondo, dunque, ma non la fine della storia come troppo euforicamente e frettolosamente dissero studiosi e politologi come Francis Fukuyama, perché non si realizzò il definitivo sfondamento e allargamento delle libertà. E non lo fu perché la divisione del mondo fra il blocco del bene e quello del male era una semplificazione in ambedue i sensi. Se era evidente la mostruosità del modello sovietico, ciò non significa che anche dall’altra parte non ci fossero ambivalenze, contraddizioni pericolose.

Ce ne stiamo accorgendo alla luce delle conseguenze di un modello economico trionfante, deregolato, globalizzato, applicato senza più l’ingombro del nemico e divenuto la ricetta economica di ogni credo politico post-ideologico. Un mondo affrancato, finalmente, dal fondale di cartapesta dell’ideologia, con le sue pretese totalizzanti, che anziché avere varcato la soglia definitiva della libertà e della prosperità, si trova ugualmente impregnato di nuove paure.
Un mondo nuovo, quindi, nel quale non è finita la storia, ma in cui tornano ad essere eretti nuovi muri e frontiere e nel quale quegli stessi esperimenti di spazi riunificati, e senza più frontiere, sono oggi ostaggio di nuovi egoismi nazionali e, anche per questo, fin troppo facili prede di possenti tentativi internazionali e ugualmente imperiali di disarticolarli, neutralizzarli. Senza che ci sia più nemmeno la piena e drammatica consapevolezza di ciò che si sta perdendo.