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30 anni fa l'omicidio Bergamini: «Qualche verità, ancora nessuna giustizia, ma per mio fratello non smetto di lottare»

Donata, la sorella maggiore, parla di Denis: il loro legame, gli ultimi contatti, il suo dramma. «Quella sera ho smesso di vivere. Aspetto le risposte più importanti e condanne senza sconti: noi non ne abbiamo avuti»

Omicidio Bergamini: a 30 anni dalla morte di Denis la testimonianza della sorella Donata

BOCCALEONE. «Quella sera mio fratello è morto. E io, quella sera, ho smesso di vivere». Potrebbe iniziare e terminare così, con questa sentenza apparentemente definitiva, il riassunto di 30 anni di sofferenza, battaglia, attesa, speranza e delusione. Invece no: rimane invincibile la forza che porta Donata Bergamini a lottare ancora per avere verità e giustizia.

IL FATTO

La vita di suo fratello Denis - calciatore di belle speranze, arrivato da Boccaleone fino al Cosenza, quattro stagioni con i Lupi rossoblù, coronati dalla promozione in serie B - si è spezzata dopo due mesi esatti dal suo 27º compleanno, il 18 novembre 1989, alle 19.30, sulla statale Jonica in località Roseto Capo Spulico. Anzi, è stata spezzata, perché a oggi alla procura della Repubblica di Castrovillari è aperto un fascicolo per l’omicidio di Donato “Denis” Bergamini, prima ucciso e poi schiacciato sotto le ruote di un camion carico di mandarini al fine di simulare - maldestramente - il suo suicidio.

È dunque proprio oggi il trentesimo anniversario di quella morte assurda e che attende, pretende ancora tante risposte: le domande, i ricordi, l’apnea durata tre decenni e che ancora non finisce sono di sua sorella maggiore, legata indissolubilmente a quel fratello di 15 mesi più giovane che non ha più.

LA MEMORIA

«Partiamo da ottobre, anzi, dall’estate del 1989. Denis aveva trascorso le vacanze prima del ritiro assieme ad altri compagni di squadra fra Rimini e Riccione. Vennero qui a casa lui e Michele Padovano a fine giugno. In quel periodo Denis si confidò con mio marito, erano molto complici, e gli disse di aver conosciuto una ragazza: non so chi fosse, poi mi dissero che la conoscevo ».

Un dettaglio, ora, ma che ha molto a che fare con il prosieguo della vicenda, così come un altro: «A ottobre tornò con la Maserati, era felice».

L’ULTIMO INCONTRO

«Ricordo molto chiaramente l’ultima volta che ho visto Denis, lunedì 13 novembre. Era venuto a casa dopo la partita a Monza, siamo stati parecchio assieme. Ci mettemmo a parlare del più e del meno, gli feci domande su come si trovava con la squadra, sul suo nuovo coinquilino, che non era più Gigi Simoni (il portiere di Massa Fiscaglia era passato al Pisa, ndr), ma Michele Padovano. Gli chiesi anche di Isabella Internò, mi rispose “è come l’Attak”, se la ritrovava dappertutto. Poi Denis andò a prendere il regalo di compleanno per mia figlia, cheaveva compiuto 5 anni il 2 novembre. Quando la bambina aprì la scatola, ci rimase male: trovò un paio di Timberland, lei invece voleva le ballerine, così uscirono assieme a comprarle. Passammo il tardo pomeriggio a giocare con lei, era molto legata a mio fratello. Poi andammo a casa dei nostri genitori».

QUELLA TELEFONATA

Un’altra tessera che non s’incastra nel puzzle arrivò da lì a poco: «Durante la cena squillò il telefono, mio padre fece per alzarsi, ma Denis disse “no, è mia”. La telefonata durò poco, lui tornò con la fronte sudata: io distolsi lo sguardo, papà invece gli disse di togliersi il maglione se aveva caldo, ma lui rispose che non era quello, che erano cose sue. Aveva 27 anni, non si poteva insistere, pensai fosse qualcosa di riservato, personale, ma mi preoccupai. Gli dissi di venire a casa mia a mettere a letto la bimba e a mangiare le castagne: io andai avanti, poi lui arrivò. Si sedette sul divano a guardare la tv, io arrivai con le castagne: rideva, parlava, ma io avevo una sensazione strana. Gli dissi “Denis, papà c’è rimasto male per la telefonata”, ma lui rispose “ti piacerebbe sapere...” e non aggiunse altro».

L’ABORTO

Donata, adesso, deve fare una precisazione: «Ci siamo sempre detti tutto, io e Denis, fino a un certo punto. Era il 1987, venne a casa mia per dirmi che la Internò (Isabella, allora sua fidanzata, ndr) era incinta di cinque mesi e mezzo e voleva abortire. In quel momento i figli gemelli dei miei cugini, nati prematuri e proprio con quei mesi di vita, erano chiusi nelle incubatrici del Gaslini (l’ospedale pediatrico di Genova, ndr): fui molto dura con lui, ero fortemente contraria a quell’aborto. Lui mi disse “se il figlio è mio, lo riconosco, ma non la sposo”. Ma lei voleva abortire. Quella volta non ce la feci a mantenere il segreto e lo raccontai a mio padre: lui gli disse di sposarla, che semmai si sarebbero separati dopo. Denis mi telefonò e mi disse che non mi avrebbe più raccontato le sue faccende private...».

Ecco dunque spiegato quel non voler raccontare, il silenzio su quella telefonata e che, nei mesi a seguire, qualcuno volle interpretare con malizia...

Ma torniamo ai fatti, ai ricordi, agli inevitabili dispiaceri di Donata Bergamini.

LA TELEFONATA MANCATA

«Quel lunedì è stata l’ultima volta che l’ho visto, ma anche che gli ho parlato. A quell’epoca non c’erano i cellulari, non c’era internet, c’erano solo i telefoni. Di norma, al mercoledì lo chiamavo io, la domenica mi chiamava lui. Ma quel mercoledì mia figlia si sentì poco bene, dovetti andarla a prendere all’asilo e il momento della telefonata saltò. Chiamai il giorno dopo, ma mi rispose Padovano: Denis era uscito a fare colazione e, non avendo nulla di particolare da comunicarci, non mi richiamò».

IL NOME UGUALE

I momenti più difficili da ricordare e rivivere si avvicinano, così, per alleggerire la conversazione, chiediamo a Donata il perché del nome uguale al suo dato al fratello: «Mio padre voleva chiamarlo Denis - spiega -, ma in Comune non accettarono quel nome strano, allora decise di chiamarlo come me».

Quasi un segno del destino, a sancire un legame che il tempo avrebbe cementato: da bambini, da adulti e anche oltre la vita.

LA MORTE

Poi, ecco il racconto di quella maledetta sera: «Eravamo a casa di amici, vecchi amici anche di Denis, tanto che doveva essere lui il padrino del bimbo che avevano appena avuto. Mio marito sia era fermato al bar e lì venne a sapere che la famiglia di Rudi Brunelli, il secondo portiere del Cosenza anche lui delle nostre parti (proprio quell’anno venne ceduto dall’Argentana al club calabrese, ndr), lo stava cercando. I carabinieri d’Argenta, non trovandoci a casa, si erano rivolti a loro per rintracciarci. E fu così che mio marito venne a sapere che Denis era morto. Mi raggiunse, a me disse solo che aveva avuto un incidente, che era grave e dovevamo partire. Ma lui sapeva che era morto, che era con la Internò a 100 chilometri da Cosenza. Andai a casa a preparare il necessario per l’ospedale per mio fratello, presi un pigiama... Pensavo di lasciare la bimba dai nonni, ma mio marito mi disse che sarebbero venuti in Calabria anche i miei genitori: mio padre disse che era inutile preparare cose, che Denis non c’era più».

I DUBBI

Strada facendo chiesi come avevano avuto la notizia, come mai fosse a Roseto Capo Spulico e non in ritiro con la squadra il sabato sera, se fosse stato solo... Mio marito disse che con lui c’era la Internò: ma come, se non voleva più saperne di lei?! Poi, dissi: l’aborto? Non ce la feci più: obbligai mio marito a fermare l’auto, eravamo solo ad Argenta. Scendemmo e lui scoppiò a piangere, mi disse che Denis era morto e mi raccontò quello che sapeva».

IN CALABRIA

«Dopo un viaggio interminabile, arrivammo dai carabinieri, ci dissero che Denis era all’ospedale di Trebisacce. Ci andammo, all’ingresso dissi che ero la sorella di Bergamini e che volevo vederlo, ma l’addetto tentennò, così come un’infermiera che in quel momento scendeva le scale lì vicino. Allora chiesi dov’era la camera mortuaria: mi dissero che non potevo andarci, che bisognava aspettare il permesso del magistrato. Tornammo dai carabinieri, ci dissero che il brigadiere si stava facendo la barba: attendemmo due ore. Poi tornammo all’ospedale e, dopo la visita del magistrato, lo vidi: fui la prima ad attraversare la soglia ed ebbi un mancamento. Vidi il suo viso, la sua testa, l’unica parte che non era coperta dal lenzuolo. Non so chi mi sorresse, o il presidente Antonio Serra o il direttore sportivo Roberto Ranzani (sì, il ferrarese Ranzani, ndr), entrambi alle mie spalle. Quando mi ripresi, lo guardai per bene: aveva alla tempia una macchiolina azzurra, come un piccolo livido. Andai dai miei e gli dissi “sembra che sorrida”. Entrarono anche loro, la mamma si avvicinò per dargli un bacio, ma un infermiere saltò su e le disse di non toccarlo, che era distrutto. Poi, la mamma sollevò il lenzuolo: gambe intatte, aveva le calze ai piedi, un telo nero attorno alle cosce».

PERPLESSITÀ

A Donata non è quadrato niente sin dal primo istante. Già le frammentarie notizie avute fra Boccaleone e Argenta le sono parse inverosimili, su tutte l’idea che suo fratello si fosse suicidato: «Le nostre perplessità nascono subito. Essere a 100 chilometri da Cosenza la sera prima della partita era inconcepibile per Denis, lui voleva giocare, e questo fu il primo pensiero di mio padre. La mia attenzione, invece, si rivolse alla presenza della Internò, che non aveva alcun senso».

Dubbi a cui i Bergamini hanno cercato subito di trovare riscontro, ma, anziché sciogliersi in una spiegazione, in Calabria si sono alimentati: «Tornammo ancora dai carabinieri. Il brigadiere Barbuscio (quello che ci mette due ore a radersi..., ndr) volle solo mio padre nell’ufficio, dopo due minuti ne uscì con una busta, l’orologio di Denis in mano e una Polaroid: “Vedi, dicono che quel puntino bianco è Denis”, mi disse. Presi subito l’orologio: funzionava. Dissi di voler andare sul posto e Barbuscio iniziò a sbraitare, ma fui irremovibile: troppe cose non tornavano, mi sentivo come una ragnatela addosso».

TUTTE LE INCONGRUENZE

E l’elenco, già significativo, s’allunga: «Uscendo dalla caserma vidi la Maserati bianca di mio fratello, pulitissima: il giorno prima pioveva, sarebbe dovuta essere sporca. Chiedemmo del camion, ma non era stato posto sotto sequestro: era già partito! Andammo sulla statale Jonica. La piazzola era enorme, finiva a 8/9 metri dalla strada, era fangosa. Il brigadiere Barbuscio disse che il corpo era stato trovato lì, a fianco della piazzola, sulla strada. Ci fu la partita (Cosenza-Messina 2-0, con i gol di Padovano, che giocò con la maglia numero 8 di Bergamini, e De Rosa, ndr), ci dissero che non avevano potuto rinviarla perché era inserita nella schedina del Totocalcio, c’era un silenzio di tomba in quello stadio. Poi, il lunedì, il funerale a Cosenza. Dopo partimmo per tornare a Boccaleone, al seguito del carro funebre. Ci fermammo in un’area di sosta e lì c’era la tv, facevano vedere “Il processo del lunedì”, condotto da Aldo Biscardi, e stavano proprio parlando di Denis: inquadrarono il punto dov’era stato trovato il suo corpo e mi accorsi che non era quello che ci era stato mostrato. Padre Fedele, che era con noi, allora disse di recuperare i vestiti di mio fratello. Telefonammo subito, ma ci dissero che erano già stati bruciati nell’inceneritore».

VERIFICHE

Niente quadra, niente corrisponde, niente coincide con l’ipotesi suicidio. Ma Donata ci va cauta e cerca riscontri: «Nonostante questi punti fermi sufficientemente chiari sulla morte di mio fratello, sono stata molto fredda. La sera stessa del funerale dissi a papà: se vogliamo la verità, dobbiamo scandagliare ogni pietra. E così facemmo. Il primo controllo fu sul conto corrente di Denis, per verificare se ci fossero stati movimenti anomali: nulla. Alla storia che potesse essere finito in un traffico di droga non ho mai creduto, ma poteva anche essere stato costretto a fare qualcosa, poi erano anni che viveva a mille chilometri da casa, così ho chiesto a tutti quelli che frequentava a Cosenza: non ho avuto nessuna indicazione diversa da come lo conoscevamo noi».

«BASTA? MAI»

Dopo quei primissimi giorni, si sono susseguiti fatti, vicende giudiziarie: «Il verdetto di assoluzione dall’omicidio colposo del camionista (Raffaele Pisano, ndr) non l’ho mai capito, non era stato un incidente. Anche dopo non ci siamo mai arresi, però nel ’94 la notte iniziai a ricevere telefonate anonime, dall’altra parte una voce del sud che mi diceva “sappiamo che tua figlia va a scuola”. La questura di Cosenza chiese allora alla procura di Castrovillari di indagare e mettere sotto controllo delle utenze telefoniche, ma non avevano personale per farlo. Allora mio papà mi disse di starne fuori, che aveva già perso un figlio, che ci avrebbe pensato lui: non è mai stato fermo, ma non mi coinvolgeva più. In un’altra fase, ci siamo dovuti fermare perché non c’erano più soldi...».

30 ANNI DOPO

«Finora ho avuto mezza verità e giustizia meno di zero. Però è arrivata la svolta, con l’arrivo alla guida della procura di Catrovillari del pm Eugenio Facciolla nel 2016 e la riapertura dell’indagine grazie al mio avvocato Fabio Anselmo, che l’ha ottenuta assieme alla riesumazione e all’autopsia sulla salma di mio fratello. Così è arrivata la prima verità: mio fratello è stato ucciso. E così Denis è stato “pulito”. Ora sono convinta di ottenere tante risposte, ma l’attesa è straziante, come le preoccupazioni: quando verranno inflitte delle pene? Ci saranno degli sconti? Io, in 30 anni, non ne ho mai avuti. Come i miei genitori: vorrei almeno rivedere un loro sorriso». —

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