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Ferrara, scolaro torna dalla Cina, madri spaventate. La famiglia va in quarantena volontaria

Il caso nel Delta, i genitori rientrati da Pechino scelgono un profilo collaborativo. Bimbo con la febbre: paura a Cona

FERRARA. La psicosi coronavirus sale anche nel Ferrarese. Al di là delle voci incontrollate, che potrebbero sfociare addirittura in denunce per procurato allarme, gli episodi di quotidiana preoccupazione si stanno moltiplicando.

Fuggi fuggi. Eclatante quanto accaduto ieri mattina al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna a Cona: entra un bambino cinese con l’influenza e scatta il fuggi fuggi, l’allontanamento generale dall’inconsapevole “untore”. Il ragazzino, naturalmente, non era certo affetto dal morbo che tanto terrorizza mezzo mondo, come poi ampiamente confermato dagli accertamenti clinici, tant’è, il segno che la paura sta crescendo e, con essa, anche i comportamenti e le reazioni irrazionali si moltiplicano.



Poi, ci sono preoccupazioni che un fondamento lo hanno, nonostante in Italia l’allerta disposta dal ministero della salute sia la più alta di tutta l’Unione europea. Il timore riguarda le persone che rientrano o sono appena rientrate dalla Cina: c’è da fidarsi a non isolarle? Quali precauzioni vanno adottate? In che misura?

«O noi o loro». È il problema posto a gran voce dalla comunità di un paese del Delta ferrarese (che ovviamente non citiamo per tutelare le persone coinvolte), dove, come in tantissime altre realtà, c’è un bar gestito da una famiglia cinese: nella fattispecie, però, la piccola comunità è al corrente che la famiglia è appena rientrata da Pechino e si è immediatamente allarmata. E cosa si fa in questi casi in una piccola realtà? Si va dal sindaco. Ieri mattina sono stati in tanti a rivolgersi al primo cittadino con preoccupazione e determinazione, arrivando a porre l’aut aut: o quel bambino rimane a casa, oppure saremo noi a non mandare i nostri figli a scuola.



«Ho appena parlato con la figlia dei gestori del bar - ci riferisce il sindaco -, i suoi genitori e tutta la famiglia stanno bene, al loro rientro in Italia si sono sottoposti ai controlli medici e non è emerso alcun problema. Tuttavia, per loro scelta, visto che gestiscono un’attività, un esercizio pubblico, hanno deciso di tenerlo chiuso e di non mandare il bambino a scuola per almeno quindici giorni. E noi nel frattempo cercheremo di muoverci al meglio, specialmente con la scuola, per capire quali sono le procedure da adottare in questi casi, perché finora non abbiamo avuto indicazioni: di questo si preoccupava anche il dirigente scolastico, che pure ho appena sentito».

Il buon senso è dunque prevalso: «Ho parlato con alcuni rappresentanti dei genitori - aggiunge il primo cittadino -, spiegandogli queste cose e invitandoli a non alzare i toni. Questa famiglia cinese è qui da anni e ha fatto una scelta lungimirante».



Problematica inevasa. Se il problema in sé è stato tamponato, in generale la questione che si pone, tuttavia, attende risposte: «È la fortuna di abitare in un paese piccolo e in cui ci conosciamo tutti - fa notare il sindaco -, ma per un collega di un centro più grande la questione diventa più complicata. Il sindaco cosa deve fare? Siamo alle ipotesi, non c’è una pandemia in atto, ma vorremmo capire come muoverci». —

S.A.

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