Un ferrarese a Shanghai: per noi studenti il problema è riprendere i tirocini

Le conseguenze dell'epidemia da coronavisurs.Il racconto di un ventisettenne alla sua seconda esperienza in Cina

FERRARA. «Sono in una realtà abbastanza tranquilla, per ora rimango a Shanghai: fra qualche giorno avrò gli elementi per poter decidere se rientrare in Italia oppure no».

A parlare è Niccolò Chierici, 27enne ferrarese, alla sua seconda esperienza cinese. Si trova in Cina per il master Miex dell’università di Bologna in collaborazioni con vari atenei del mondo: per lui lezioni finite, la ripresa dell’attività dopo il capodanno cinese sarebbe dovuta essere dedicata ai tirocini aziendali, ma l’irrompere del corona virus ha reso tutto molto incerto.


Procedure di sicurezza. «Qui non ho grandi preoccupazioni - riprende Chierici -, l’università ha messo in atto le procedure per evitare che il virus si diffondesse nel campus: c’è una lista chiusa di studenti autorizzati all’ingresso. Qui i campus sono concepiti sullo stile americano, piccoli villaggi con gli ingressi controllati dalla sicurezza: di solito non interagiamo con il personale, invece ora devono controllare chi entra e ci viene misurata la temperatura ogni volta, sia ai cancelli, sia all’ingresso del dormitorio».

Regole rigide e prevenzione, in una megalopoli, la più grande della Cina, con oltre 24 milioni di abitanti: «Con il virus che si è diffuso proprio durante le festività per il capodanno cinese, il campus e i dintorni si sono spopolati. Shanghai è la città più internazionale e con il maggior numero di immigrati cinesi: molti stranieri sono andati via per le vacanze di Natale e non sono rientrati, molti cinesi sono rientrati nelle località d’origine per il capodanno, le vacanze sono state prolungate e ancora non sono tornati. Così, siamo un po’ isolati, ma liberi di uscire e rientrare. Poi, tante attività sono chiuse, ma non si sa per quale ragione, se le festività o il virus: nelle prossime settimane si capirà di più».



I controlli. Lo scenario, dunque, è sorprendentemente questo. Ma Chierici non è comunque solo: «Gente in giro ne vedo, tutti portano la mascherina: qui sono abituati a usarle, anche per un raffreddore, per non diffondere il contagio, oppure per difendersi dallo smog. Proprio oggi hanno iniziato a prenderci la temperatura all’ingresso del supermercato: lo fanno con quello strumento che ti puntano alla fronte, però ogni tanto vengono fuori dei risultati anomali, come 34°!».

La vita, però, a Shaghai si è come fermata, dentro al campus come fuori: «È tutto chiuso, mense, bar, aule. La raccomandazione che ci danno è di rimanere chiusi in camera, ma è chiaro che dopo un po’ ci si stufa e allora ci ritroviamo, almeno due chiacchiere le facciamo. Non sappiamo, invece, esattamente come sia fuori: usciamo per fare la spesa, per andare a mangiare in qualche ristorante ancora aperto, ma non prendiamo la metro e qui molti locali sono stati chiusi per ordinanza della municipalità».

Una sorta di vita sospesa, in attesa di capire cosa sarà: «Nel campus a pieno regime siamo alcune migliaia di studenti, ora nel nostro palazzo forse un centinaio, ma tanti stanno andando via: era arrivato un gruppo dalla Corea, ma è ripartito subito. Fino a lunedì non si saprà nulla, forse bisognerà aspettare anche di più: se non riparte l’attività, non ha senso rimanere qui, ma aspetto prima di decidere».

Voli indiretti. Rientrare in Italia, però, potrebbe diventare un problema: «Per ora hanno bloccato solo i voli diretti, ma i collegamenti via Mosca, Istanbul e Dubai ci sono ancora. Magari ci sottoporranno a quarantena, ma ci lasceranno ritornare. Ci sto pensando... Rimanere segregato qui, in una stanza di 12 metri quadri a scrivere la tesi non avrebbe senso. Però, per il momento non siamo estremamente preoccupati. Anzi, per come vengono gestite le cose dall’università, siamo abbastanza tranquilli».

Le comunicazioni arriveranno: «L’università ci invia messaggi su WeChat, che è una sorta di WhatsApp cinese: mandano aggiornamenti, sono stati i primi a dirci di mantenere la calma. In effetti, la preoccupazione per il virus è cresciuta di più per chi è fuori dalla Cina che non per chi è dentro. A noi preoccupano le conseguenze sulla nostra attività: se tutto rimane bloccato e non si potranno fare i tirocini, sarebbe inutile stare qui». —

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