Alberone di Cento, tre decessi e un ricoverato grave su 900 abitanti

Alberone di Cento è una frazione che conta quasi novecento abitanti. Nelle ultime settimane sono morte tre persone di coronavirus: uno ogni trecento, più o meno. Una percentuale alta, tanto che è il luogo dove il virus ha fatto più male. Il contagio sarebbe avvenuto tra i tavolini di un bar della zona, dove alcune persone si trovavano a giocare a carte. Due di loro sono purtroppo morti, un altro è in ospedale ricoverato in terapia intensiva ed ha visto in queste ore la perdita di sua mamma. E in un paesino dove si conoscono tutti l’ansia e la paura si sentono più che altrove.

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C’è da dire che il contagio è avvenuto quando ancora i bar erano aperti e non erano state applicate le ultime misure restrittive. Fatto sta che il caso Alberone balza agli occhi e fa riflettere.

SI RESTA IN CASA

In queste ultime settimane i cittadini si sono blindati tra le mura domestiche. «Noi non usciamo quasi più - dicono dalla famiglia Ardizzoni -, siamo anziani, io non metto nemmeno il naso fuori dall’uscio. Mio marito al mattino va a comprare il pane, si occupa di tutto lui, non abbiamo più contati con nessuno e anche mio figlio non viene più. Sono quelli che stavano al bar poveretti ad essere stati presi...Speriamo sia finita qui, siamo piegati dal dolore».

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«Ho fatto la spesa il 20 gennaio - sottolineano da casa Bagni -, tutti mi prendevano in giro, mi hanno dato della matta perché ho fatto scorta di tutto. E poi non siamo più usciti. Avevo capito che qualcosa qui non andava e la colpa non è del bar ma della gente che continua a fare quello che vuole. Escono anche tre volte al giorno, fanno passeggiate. Eppure lo sanno, lo sanno come siamo messi qui. Evidentemente quello che è successo non è servito da lezione: state a casa, per favore state a casa».

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I NONNI

La signora Balboni ha la voce stanca, la preoccupazione trapela da ogni parola: «Non vedo i miei nipotini da settimane, ed è questo per me un dolore grandissimo. Devo organizzarmi io perché mio marito ha qualche problema e non può uscire. Non voglio nemmeno che vengano i miei figli, al limite lasciano la spesa quella più grossa». E va avanti: «Ho la mascherina e anche i guanti, quando vado a fare la spesa sto attenta a tutto. Una delle persone che non c’è più abitava vicino a me. Saranno sì e no 60 metri in linea d’aria. Il solo pensiero mi mette i brividi. Ma cosa possiamo fare? Più di così, più che rispettare alla lettera quello che ci viene detto...Non finirà presto, ormai ci siamo rassegnati». Galliana Bisi ha 73 anni e vive con suo marito che ne ha 77. «Lui deve stare attento a tutto - dice energica -, questo virus potrebbe essergli fatale. Viene mio figlia, lei per noi c’è sempre. Ogni giorno va a lavorare e poi ci lascia la sporta con la spesa attaccata al cancello. Se devo per caso uscire, ma no lo faccio ormai da giorni, mi metto la mascherina. Però ecco, ci tengo a dire che questa non è una guerra. Noi che sappiamo cosa significa abbiamo paura per tante cose, siamo terrorizzati ma possiamo però venirne fuori se rispettiamo le regole. Ci chiedono di stare in casa, facciamolo per la carità».

TORNARE ALLA NORMALITA'

Lara Ferioli vive con il marito e due figli. «Siamo tutti dentro - dice l’uomo -, io sono in cassa integrazione da qualche settimana e speriamo di riuscire a tornare a lavorare in tempi brevi. I ragazzi studiano da casa, facciamo la spesa solo se necessario. Tre morti in un paese così piccolo fanno paura ma nello stesso tempo è questione sempre di destino, di dove ci si trova in un certo momento e con chi. Teniamo botta, dobbiamo farlo». —

Annarita Bova

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