Contagio anche via aerosol «Bisogna fare campionamenti»

Il meteorologo Franco Prodi suggerisce di utilizzare le centraline di monitoraggio dell’aria 

la proposta

Il peso del contagio da aerosol sull’epidemia di coronavirus potrebbe essere più rilevante di quanto non si sia finora pensato. Anche per questo sarebbe opportuno «tenere sotto controllo la concentrazione del virus nell’aria, attraverso controllo frequenti e sistematici», sperando che le condizioni meteo delle prossime settimane possano aiutare. Non soltanto con un aumento deciso delle temperature, che si attende incidano direttamente sulla capacità di diffusione del virus, ma anche con abbondanti precipitazioni, forse non a caso assenti o quasi in Pianura padana nel periodo di esordio dell’epidemia. A mettere l’accento su questi aspetti è uno studioso di meteorologia, Franco Prodi, per anni titolare di cattedra all’università di Ferrara. Le sue valutazioni traggono spunto proprio dall’analisi dei dati e delle condizioni osservate nel nostro territorio.


l’analisi

Prodi, fratello dell’ex premier, parte dalla considerazione che il distanziamento sociale rigido finora non ha prodotto i risultati incisivi sul fronte della riduzione del contagio che un po’ tutti si attendevano. «Può essere il segnale che una parte rilevante del contagio viaggi attraverso l’aerosol, visto che il virus contenuto nelle goccioline più leggere resta attivo, secondo alcuni studi, fino a tre ore. Questo tra l’altro incide anche sul contagio all’interno degli appartamenti, oltre che in strada - è la riflessione del meteorologo - Diventa quindi fondamentale occuparsi anche della diffusione del virus in atmosfera, visto che le goccioline possono viaggiare anche per centinaia di metri dalla persona che tossisce o starnutisce».

Le particelle contenenti il virus restano di più in atmosfera, ad altezza pericolosa se non piove o non c’è vento: e nelle scorse settimane, osserva Prodi, al centro-sud il tempo è stato molto più perturbato che nelle regioni dove il contagio ha corso veloce.

la fase operativa

Di qui la proposta, anzitutto, di effettuare campionamenti in atmosfera, «possono incaricarsene i dipartimenti universitari, lo stesso Cnr ma anche l’Arpae: tutti sono dotati di strumentazioni adeguate, anche a livello locale, penso in particolare alle reti di campionamento dell’agenzia ambientale». Il monitoraggio andrebbe effettuato con assiduità, anche h24 almeno in questa fase dell’epidemia. Andrebbe affiancato a studi sulla eventuale correlazione tra aumento dei contagi e indice di precipitazioni atmosferiche, che come detto nelle regioni padane sono state particolarmente scarse tra marzo e aprile.

Il tutto, è la convinzione di Prodi, servirebbe a passare con maggiore consapevolezza alla Fase 2, cioè alla riapertura selettiva delle attività, consentendo di costruire una “road map” basata anche sulle differenze territoriali: aperture più rapide, insomma, dove la concentrazione in atmosfera del virus è meno consistente. —

S.C.

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