Il Covid nel Ferrarese brucia 1,5 miliardi. Lo spettro di 2.700 disoccupati in più

Dati e previsioni dell’Osservatorio dell’Economia. Sì alla cassa in deroga per 1.460 aziende e 6.500 lavoratori

FERRARA. Il coronavirus ha minato gravemente la salute del 42% delle aziende ferraresi che, per guarire, avrebbero bisogno di un’iniezione di liquidità complessiva di 179 milioni di euro, in media il 5,3% del fatturato. Un deficit che coinvolge la quasi totalità (98%) del settore dell’alloggio e della ristorazione, il 90% della logistica, il 91% della moda e l’81% dell’agricoltura, per citare i comparti più in sofferenza. Ed è proprio su quel 42% (che salirebbe a oltre il 50% al netto degli ammortizzatori sociali) che si addensa il rischio di morire di Covid, di non riaprire più.

A oggi, gli unici dati a disposizione sul saldo delle imprese attive è fermo al primo trimestre del 2020, quando l’emergenza sanitaria aveva cominciato a lambire l’economia. L’andamento (488 imprese in meno rispetto al primo trimestre 2019) risulta in linea (-467) con l’anno precedente, ma saranno solo i prossimi mesi - figli dell’onda nera di aprile - a rivelare fino a che punto la ferita sarà insanabile.


UN MILIARDO E MEZZO BRUCIATO

È un quadro preoccupante quello emerso dall’Osservatorio provinciale dell’Economia convocato ieri in riunione straordinaria dalla Camera di Commercio per fare il punto sull’impatto dell’epidemia sul tessuto imprenditoriale locale. L’analisi illustrata dal Responsabile del Centro studi e statistiche di Unioncamere, Guido Caselli, è impietosa. Immaginando - dopo la piena emergenza fino alla fine di aprile - una seconda fase di transizione fino alla fine di luglio con una lenta ripresa delle attività, e una terza fase di crescita progressiva ma differenziata per settore, quest’anno si stima per il Ferrarese un calo del valore aggiunto del 9,7%, in linea con la flessione del Pil nazionale e regionale. Che, tradotto in soldoni, significa per il nostro territorio un miliardo e mezzo di fatturato bruciato.

2.700 DISOCCUPATI IN PIU'

Forte flessione anche per l’export, con una diminuzione del 9%, e pesanti ripercussioni per l’occupazione con oltre 2.700 persone in più senza lavoro. Il tasso di disoccupazione tornerà a essere a due cifre (10,5%) contro l’8,7% del 2019. Per contro, a tutto aprile sono state 1.460 le imprese ferraresi che hanno visto accogliere la loro richiesta di cassa Integrazione in Deroga, relativa a 6.500 lavoratori.

È evidente, è intervenuto il presidente della Camera di Commercio Paolo Govoni, che «sarà necessario riorganizzare profondamente la nostra economia uscendo dai canoni consolidati di fare impresa, acquisendo nuove competenze, nuove relazioni con il consumatore e con le istituzioni». E se le previsioni sono drammatiche, «nonostante questo durante il lockdown la Camera di Commercio ha comunque rilasciato seimila firme digitali, 220 certificati per l’estero, depositato due brevetti internazionali e si è attivata per modificare con tempestività i codici Ateco», ha ricordato Govoni sottolineando al contempo «la correttezza delle nostre aziende, nessuna delle quali ha ricevuto rilievi o sanzioni durante i controlli». Il confronto con l’Osservatorio «servirà a ripensare alla ripartenza, calibrando i bandi e le misure di intervento, ma serviranno soprattutto «regole chiare e liquidità».

UNA CURA DA 179 MILIONI

Proprio la fame di liquidità è una delle maggiori spie di allarme: 179 milioni il “conto” totale: si fa dal fabbisogno di 54 milioni di euro dell’agricoltura ai 48 dell’alloggio-ristorazione, dai 22 milioni del manifatturiero ai 28 dei servizi alle imprese con in testa la logistica. Una fragilità che riguarda in l’Emilia Romagna poco più di un terzo (il 35%) delle aziende, percentuale che sale al 42% nella nostra provincia, che sconta anni difficili. Cifre che fanno tremare a fronte del previsto dimezzamento di presenze turistiche in tutta la Regione, colpendo al cuore un settore che, da solo, rappresenta il 16% del Pil ferrarese.—

Alessandra Mura

© RIPRODUZIONE RISERVATA