Ferrara, ristoranti e lo scontro sul metro in più: «Così non ci fanno nemmeno aprire»

L’Inail raccomanda 4 mq a cliente, tagliando drasticamente la capienza consentita da Bonaccini. Categoria in rivolta

FERRARA. La partita forse più sentita, da cittadini e imprenditori, che si gioca in queste ore è quella relativa al protocollo definitivo per bar, ristoranti e spiagge, che determinerà in buona parte la sorte delle vacanze estive dei ferraresi. I ristoratori sono passati, in particolare, dalla condivisione entusiasta per le linee guida della Regione Emilia Romagna alla reazione rabbiosa contro le indicazioni nazionali Inail, che confliggono in punti determinanti con le aspettative create dal protocollo Bonaccini. «Seguire le indicazioni Inail significa voler impedire la riapertura dei nostri bar e ristoranti» denunciano all’unisono Fipe-Confcommercio e Confesercenti, e le prese di posizioni preoccupate di parte del mondo politico testimoniano che l’esito della partita non è affatto scontato.


IL CASUS BELLI

Punto di conflitto all’apparenza insanabile è la distanza consigliata tra clienti di bar e ristoranti. Il protocollo Bonaccini prevede il distanziamento minimo di un metro lineare, «con la possibilità di far sedere più vicini tra loro i conviventi, ad esempio una famiglia - sintetizza Matteo Musacci, rappresentante Fipe - Sarebbero i clienti stessi a dichiarare questa condizione, a loro rischio e pericolo in quanto l’eventuale sanzione non coinvolgerebbe il gestore». In pratica, per definire la capienza di un ristorante si dovrebbe prevedere lo spazio di un metro quadrato a cliente, con l’unico ulteriore obbligo di tenere un metro di distanza tra schiena e schiena.

Ferrara, gli esercenti alla prova della riapertura

Ben diversi i “suggerimenti” tecnici su questo punto dell’Inail: «Il layout dei locali di ristorazione andrebbe rivisto con una rimodulazione dei tavoli e dei posti a sedere, garantendo il distanziamento dei tavoli - anche in considerazione dello spazio di movimento del personale - non inferiore ai 2 metri e garantendo comunque tra i clienti durante il pasto (che necessariamente avviene senza mascherina), una distanza in grado di evitare la trasmissione di droplets e per contatto tra persone, anche inclusa la trasmissione indiretta tramite stoviglie, posateria ecc.». In ogni caso, continua il documento dell’istituto sicurezza sul lavoro, «va definito il limite massimo di capienza predeterminato, prevedendo uno spazio che di norma dovrebbe essere non inferiore a 4 metri quadrati per ciascun cliente, fatto salvo la possibilità di adozioni di misure organizzative come, ad esempio, le barriere divisorie». In sostanza, la mannaia cadrebbe su tre quarti dei coperti previsti nell’ipotesi emiliana.



LE REAZIONI

Affondi molto pesanti alle indicazioni Inail arrivano un po’ da tutta Italia, ma nella culla del protocollo Bonaccini si va al nocciolo della questione. «È il governo che deve decidere (forse già oggi, ndr) e il protocollo messo in piedi con la nostra collaborazione è già diventato il punto di riferimento per le altre Regioni, dalla Valle d’Aosta alla Lombardia - sillaba Musacci - Quello dell’Inail è solo un parere tecnico, non credo che il governo voglia assumersi la responsabilità di far morire un intero settore. Tra l’altro il peso di Bonaccini nel Pd, componente fondamentale della maggioranza, è tale che non le sue proposte non si possono ignorare». Confesercenti punta a «linee guida governative molto generali, con la Regioni a dover articolare le misure - ragiona il direttore Alessandro Osti - Mi sembra che il protocollo Bonaccini garantisca la sicurezza, con il metro di distanza tra schiena e schiena che è la misura utilizzata un po’ in tutti gli ambiti. L’alternativa è non far aprire le attività». Tra l’altro il documento Inail ricorda che l’attuale normativa (pre Covid) prevede misure sì flessibili, ma che indicano «uno spazio di superficie per il cliente seduto pari a 1,20 metri quadrati», mentre con il protocollo Bonaccini si finirebbe sotto questo parametro.


IN AGGIUNTA

L’Inail non tiene tra l’altro conto del fattore-famiglie, «le sedute dovranno essere disposte in maniera da garantire un distanziamento fra i clienti adeguato, tenendo presente che non è possibile predeterminare l’appartenenza a nuclei in coabitazione». Ci sarebbero indicazioni anche per i clienti, che «dovranno indossare la mascherina in attività propedeutiche o successive al pasto al tavolo (esempio pagamento cassa, spostamenti, utilizzo servizi igienici)». Non si parla invece dell’eventuale positività del cameriere o cuoco come malattia sul lavoro, con relativo coinvolgimento automatico del ristoratore, molto temuto dalla categoria. C’è divergenza anche sulla «sanificazione» indicata come routine ordinaria. —

stefano ciervo

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