«Virus meno aggressivo ad aprile anche grazie a terapie più efficaci»

Pubblicato sulla piattaforma MedRxiv uno studio multicentrico sugli effetti della pandemia Analizzati i dati di 2mila pazienti positivi tra Ferrara e Pescara. Tra gli autori ricercatori di Unife 

L’intervista

Mentre in tutto il mondo, Italia compresa (e i suoi territori), si cerca di valutare qual è stato finora l’impatto sanitario del Covid-19, uno studio scientifico condotto da ricercatori anche ferraresi ha iniziato a misurare come ha agito l’infezione su chi è stato contagiato (tampone positivo) in due province italiane: a Ferrara e a Pescara. Gli autori della ricerca sono Maria Elena Flacco, Cecilia Acuti Martellucci, Francesca Bravi, Giustino Parruti, Alfonso Mascitelli, Lorenzo Mantovani e Lamberto Manzoli, un team formato da docenti e ricercatori di Unife e dell’Università Bicocca di Milano, da dirigenti del presidio ospedaliero di Pescara, dell’ospedale di Cona e dell’Agenzia sanitaria dell’Abruzzo. Si tratta di dati che non includono l’evoluzione della curva a maggio, ma che già dicono cose interessanti, secondo gli autori dello studio. L’articolo è stato pubblicato sulla piattaforma scientifica MedRxiv, nata da una collaborazione tra il Cold Spring Harbor Laboratory (CSHL), la Yale University e il British Medical Journal. Lamberto Manzoli è direttore del Dipartimento di Scienze Mediche di Unife.


Professore, può spiegare cosa avete scoperto?

«In estrema sintesi, la mortalità è la percentuale di deceduti sul totale della popolazione, la letalità è la percentuale di deceduti sul totale dei soli infetti. Ovviamente, più è letale una malattia, più è alta la mortalità. Tuttavia, se una malattia è poco diffusa, anche se la letalità è alta, la mortalità può essere molto bassa. Entrambe le misure sono essenziali per capire le strategie di controllo più appropriate da seguire, perché è chiaro che non si può adottare la stessa strategia per una patologia che uccide 100 infetti su 1000, ed una che ne uccide 1. Purtroppo sappiamo che i dati attualmente disponibili non sono del tutto affidabili. È tuttavia possibile valutare se la letalità dell’infezione è variata durante la pandemia, come suggerito da alcuni esperti. In effetti, abbiamo osservato una diminuzione netta della letalità per coloro che si sono infettati ad aprile, rispetto alle persone che si erano infettate nel mese di marzo. Per le persone a maggior rischio, la letalità si è più che dimezzata. Ciò non significa che la letalità sia bassa, ma ci conforta rispetto all’approccio terapeutico: probabilmente stiamo andando nella direzione giusta».

Quanti pazienti sono stati inclusi nello studio a Ferrara e a Pescara?

«Tutti i soggetti infetti, a fine aprile, in entrambe le province. In totale, circa 2000 persone; approssimativamente 700 da Ferrara e 1.300 da Pescara. Le differenze tra le province non erano enormi: i dati di Ferrara erano più omogenei e simili a quelli dell’Emilia-Romagna, a Pescara la letalità era più elevata a marzo, più bassa ad aprile. Nella provincia estense la letalità si è quasi dimezzata (da – 40% a – 45% a seconda dei fattori di rischio), a Pescara si è ridotta di quasi due terzi, ma partiva un poco più alta».

Quali patologie hanno reso i pazienti più fragili rispetto all’aggressione del virus?

«I fattori di rischio sono l’età avanzata (in particolare oltre i 70 anni), ipertensione, diabete, broncopneumopatie croniche ostruttive, patologie cardiovascolari croniche. Si è ridotta nel tempo la differenza maschi-femmine, e per fortuna, ad aprile, sono stati davvero pochissimi i decessi di persone sotto ai 70 anni. Rispetto all’inizio della pandemia, l’approccio terapeutico è cambiato parecchio. All’inizio si seguì il famoso protocollo cinese, secondo il quale non si dovevano somministrare antinfiammatori, né antitrombotici, al limite, volendo, un antivirale. Si doveva aspettare, e quando la saturazione venosa calava si procedeva con intubazione o ventilazione meccanica. Oggi, sebbene vi siano differenze anche marcate tra i centri, si procede con un trattamento più precoce: antivirali, eparina, in alcuni casi idrossiclorochina e antinfiammatori, limitando l’intubazione e la ventilazione meccanica ai soli casi indispensabili. Purtroppo, ancora non è chiaro quale componente sia più importante».

Nella nostra provincia sono morte oltre 170 persone su una popolazione ufficialmente censita di oltre mille contagiati. L’indice di letalità, qui, è superiore alla media regionale e vicino a quello medio della Lombardia.

«Andiamo con ordine: la letalità complessiva a Ferrara è stata del 17%, in Emilia Romagna del 15%. È molto probabile che questa differenza sia dovuta alla percentuale nettamente più elevata di anziani nella provincia di Ferrara, rispetto al resto della regione. Questo, peraltro, è proprio il motivo per cui il coronavirus è tanto pericoloso per i residenti in Rsa. Relativamente invece alla diffusione dell’infezione, all’incidenza, la discrepanza è solo apparente, perché la letalità non dipende in alcun modo dall’incidenza. La letalità dipende dalla virulenza del virus, dalle difese immunitarie, e dalle eventuali terapie. L’incidenza dipende invece dalla contagiosità e dalla possibilità di contagio. Si può avere, come è successo a Ferrara, un territorio con relativamente poche persone infette, ma queste persone, una volta infettate, hanno la stessa probabilità di morire di tutti gli altri infetti in altre zone d’Italia. Poi, giustamente, sarebbe importante capire quali sono i motivi della minore incidenza di coronavirus a Ferrara».

Come gruppo di ricerca affermate che si tratta di uno studio preliminare e che richiede ulteriori conferme.

«Occorrono i dati di altre province, e soprattuttodi maggio. Li stiamo già analizzando ma in questo momento siamo un po’ più lenti perché sommersi dal lavoro su altri aspetti della pandemia». –

Gi. Ca.

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