Cona, liberata la Medicina Covid. Il racconto: «Il coronavirus cambia la sanità»

Ferrara, chiusa una delle unità operative che hanno assistito i contagiati ricoverati. La responsabile della struttura che sarà riconvertita: più scambio con i presidi territoriali 

FERRARA. «Reparto Covid-19. Divieto di accesso». Cartello in bella mostra, pollice puntato in alto e segno della vittoria. Con una foto che è ormai diventata un classico in tutti gli ospedali, non solo italiani, e che annuncia una sorta di ritorno alla “normalità”, ieri il personale in servizio nell’unità operativa di Medicina Covid, al Sant’Anna, ha concluso il suo lavoro dedicato per quasi cento giorni ai pazienti contagiati. A fine mattinata è stato completato il trasferimento degli ultimi otto ricoverati, nel pomeriggio il reparto è stato consegnato al personale tecnico per la sanificazione e la successiva riattivazione, prevista per giovedì, con la riapertura dei 24 posti letto per metà destinati all’Unità di Medicina Interna Universitaria e per metà al Dipartimento di Chirurgia.



I mesi della paura

«Siamo usciti da un tunnel – commenta la professoressa Angelina Passaro, responsabile del reparto – Speriamo che il ritorno all’attività routinaria (bisogna recuperare tutto ciò che è stato sospeso) sia definitivo, sarebbe gravissimo se dovessimo fronteggiare una nuova emergenza». L’unità operativa è stata riconvertita il 17 marzo scorso: fino a ieri ha rappresentato uno dei fronti in cui in provincia si è quotidianamente combattuta la guerra contro il virus. «Abbiamo dovuto, da un momento all’altro, cambiare la visione del nostro lavoro basata sull’evidenza scientifica e su interpretazioni che trovano corrispondenza nell’esperienza concreta maturata nell’attività clinica - racconta la docente - Ci siamo trovati a lottare contro una patologia altamente infettiva, una mortalità elevata, il rischio di contagio per gli operatori e con poche e incerte informazioni sulle possibili terapie». Un quadro che ha messo duramente alla prova tutto il personale, ma anche «i pazienti e i loro familiari. Proprio le relazioni con i pazienti, che dovevamo trattare in modo diverso dal passato, e con i loro cari, non più ammessi fisicamente in reparto, sono stati l’altro aspetto – quello più umano - che ha fortemente condizionato la nostra attività», sintetizza il medico.

Un cambiamento non transitorio. «Lascerà una traccia visibile, significativa anche nella futura organizzazione della sanità – prosegue Angelina Passaro – Il rapporto con le malattie infettive, l’esigenza di igienizzare gli ambienti e salvaguardare il personale imporranno probabilmente vincoli anche per la gestione futura degli ospedali. Ci siamo abituati a luoghi di degenza aperti, dove il visitatore entra con facilità, questi flussi dovranno essere monitorati, le relazioni con i familiari verificate caso per caso, i tempi potrebbero essere contingentati e l’attenzione sarà sempre più puntata sul rischio di portare le infezioni dentro l’ospedale».

Ospedale e territorio

Ma il virus ha anche confermato che l’assistenza ospedaliera non può esistere senza un riferimento esterno. «Ospedali e territorio devono funzionare come vasi comunicanti - sottolinea la responsabile dell’ex reparto Covid - Non devono esserci “imbuti”, percorsi che si restringono al momento delle dimissioni. L’Osco, l’albergo, la casa di cura o la lungodegenza che devono accogliere il paziente dimesso devono essere ricettivi. Qualche difficoltà, nei mesi scorsi, l’abbiamo avuta con i privati, non sempre disponibili anche quando il paziente non era più positivo al tampone». I timori che l’ondata dei ricoveri si trasformasse in uno tsunami sono circolatiper qualche settimana tra i sanitari del reparto che nel momento di picco, un paio di mesi fa, fu raddoppiato (48 posti letto). «Ma le strutture della città hanno retto e la solidarietà tra le persone è diventata una solidarietà intergenerazionale: chi è rimasto a casa si è fatto carico anche dei rischi che poteva correre chi era più fragile», aggiunge la docente. Qualche preoccupazione si era diffusa a marzo, anche prima della riconversione, con i primi contagi in corsia tra i dipendenti. «Ma da quando il reparto è diventato Covid - conclude Angelina Passaro -il contenimento del rischio è risultato assolutamente efficace». —

Gioele Caccia

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