Ferrara, dimessa ma non c’è l’ambulanza: resta la notte in pronto soccorso

Sant'Anna, paziente di 93 anni doveva rientrare nella casa di riposo dopo un esame. Per l’anziana accertamenti a Cona dopo una caduta. Poi l’attesa fino al mattino

FERRARA. Ha trascorso tutta la notte al pronto soccorso del Sant’Anna, come la paziente che venerdì scorso ha atteso per 21 ore il posto letto, notizia pubblicata sulla “Nuova” di ieri. In questo caso, però, il motivo dello “stand-by” era un altro: la sfortunata protagonista della storia non ha trovato l’ambulanza che la riportasse in casa di riposo, dove risiede, dopo gli accertamenti sanitari. Altro nodo da sciogliere per il futuro commissario del Sant’Anna, Paola Bardasi. La questione coinvolge l’ospedale di riflesso, perché l’azienda ospedaliera - pur non dovendo garantire questo servizio - ha cercato comunque negli ultimi anni di svolgere una funzione di “garante” per conto dell’utenza.

IL TRAUMA E I SOCCORSI


La vicenda l’ha esposta alla “Nuova” la figlia della paziente. Quest’ultima ha 93 anni e martedì scorso è caduta mentre si trovava nella struttura residenziale che la ospita, alla periferia nord della città. «Abbiamo ricevuto una chiamata dalla casa di riposo che ci informava dell’accaduto – questo l’inizio del racconto - Non potendo entrare nella residenza abbiamo raggiunto direttamente l’ospedale, mia mamma è stata accompagnata da un’ambulanza. Erano più o meno le 16.30 di martedì». La donna è stata ammessa nei locali del pronto soccorso perché potesse stare durante l’attesa accanto alla madre – molto anziana - tra un accertamento e l’altro. «Le hanno fatto subito il tampone - prosegue la figlia - e poi una radiografia. C’era il rischio che la caduta potesse averle provocato un danno grave, anche una frattura del femore». Le ore sono passate e verso le 22, con una diagnosi che escludeva conseguenze significative per l’osso, le due signore hanno iniziato a prepararsi per l’uscita. Ma mancava ancora l’esito del tampone, che – se negativo, come poi è stato - avrebbe consentito alla paziente di rientrare nella residenza senza doversi sottoporre ad un periodo di isolamento precauzionale aspettando il risultato del test.



Nel frattempo la figlia della paziente ha iniziato a contattare le associazioni che tra i servizi di volontariato forniscono il trasporto a pagamento in ambulanza. «Purtroppo, in alcuni casi - ci ho provato fin quasi all’1 di notte - c’era un risponditore che comunicava l’impossibilità di collegarmi col numero richiesto, in altri il telefono squillava a vuoto», racconta la donna contattata dal giornale.

RICERCA SENZA ESITO

Con tutti quei tentativi andati a vuoto («è stato il personale in servizio a darci gentilmente le indicazioni per consultare gli operatori del trasporto») madre e figlia hanno dovuto rinunciare al viaggio di rientro. «Una infermiera mi ha invitato ad andare a casa. “Vada a riposarsi”, mi ha detto - prosegue la figlia della paziente - “Qui ci siamo noi, possiamo seguirla e assisterla fino a domattina”». Ma lei ha preferito rimanere in pronto soccorso. Il mattino dopo, mercoledì scorso, «verso le 7 - prosegue il racconto - ho iniziato a chiamare di nuovo e una di quelle associazioni mi ha risposto. Ci siamo messi d’accordo e per una somma accettabile (50 euro) mia mamma è stata riportata in casa di riposo, dove si trova ora e sta bene». La signora spiega anche che «i responsabili dell’associazione che ci ha fornito il servizio sono apparsi sorpresi e dispiaciuti per la mancanza di risposte ricevute la notte prima». Il rientro della paziente nella residenza è avvenuto verso le 10.30. «È un disservizio che non si può tollerare - conclude la figlia dell’anziana paziente - il personale del pronto soccorso ci ha aiutato ma come potevamo, noi, risolvere il problema del trasporto se non c’era nessuno contattabile a quell’ora di notte?». —

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