Contenuto riservato agli abbonati

Fallimento Capa, gli indagati sono trenta: accuse sull’affare delle centrali biogas

Per i pm la compravendita di Energy Tre e Quattro contribuì al dissesto. Bilanci “gonfiati”: già nel 2014 azienda decotta

FERRARA. Dal fallimento di Capa Ferrara, un colosso dei servizi agricoli crollato nel 2016 con 30 milioni di buco a danno di 1.500 soci, spunta la compravendita di due delle quattro centrali biogas gemelle Energy di Bondeno, a suo tempo presentate come la nuova frontiera dell’agroindustria. Per questa vicenda, e per il contratto con la coop Cisac, la Procura ha chiuso le indagini su ipotesi di reato di bancarotta per dissipazione e false comunicazioni, inviando l’informazione di garanzia a 30 persone. Si tratta di ex consiglieri di amministrazione, sindaci e dirigenti della Capa, oltre ad un consulente esterno, Enrico Gessi, che era stato amministratore delegato delle quattro Energy fino a maggio 2013, e quindi «in una situazione di evidente conflitto d’interesse» scrivono i pm.

AFFARE DA INCUBO


I sostituti Stefano Longhi e Lisa Busato ricostruiscono nell’atto in particolare gli effetti negativi che ebbe sul bilancio Capa, alle corde già nel 2013, la compravendita delle società agricole con in pancia le centrali. L’acquisto della totalità delle quote di partecipazione di Energy Tre srl ed Energy Quattro srl «dissipavano il patrimonio societario», perché hanno comportato la corresponsione alla controparte Bioenergy Parks spa di un importo complessivo pari a 6.901.679,96 euro considerata «del tutto sproporzionata rispetto al patrimonio netto (pari all’epoca a 2.600.000 euro circa) e all’attivo della società (pari all’epoca a 30.000.000 circa), in una situazione di forte indebitamento verso i soci e i fornitori e di grave carenza di liquidità», e comunque superiore al «prezzo concordato d’acquisto complessivo di 4,3 milioni». Basti pensare che quando l’operazione andava in porto, nel 2013, con compensazioni di crediti, rinunce a crediti già maturati e forniture di trinciato di mais senza corrispettivo, le disponibilità liquide e l’attivo circolante Capa ammontavano a 15 milioni a fronte di debiti per 18 milioni. La dissipazione viene quantificata in misura «non inferiore a 2.601.679,96 euro». Di questa operazione viene accusato il Cda 2013-14, il direttore Alessandro Zucchi e lo stesso Gessi.

Nel giugno 2015 le due Energy vennero vendute a Officine Bioenergetiche al prezzo complessivo di 5,2 milioni ma con «una sostanziale rinuncia alla pretesa di corresponsione di una parte di tale prezzo», pari a 836.437,62 euro, attraverso una scrittura privata sottoscritta nell’aprile 2016. Questa operazione viene attribuita al consigliere Eugenio Costa, delegato sì alla vendita ma «con riferimento alla sola determinazione delle modalità di riscossione del concordato prezzo complessivo di cessione».

ALTRE ACCUSE

Lo stesso Costa è accusato di aver modificato le condizioni contrattuali di affidamento in gestione del reparto di vendita di concimi, sementi e fertilizzanti alla coop Cisac, in maniera sfavorevole alla Capa, che nel frattempo, si era nel 2015, era già in dissesto.

Ci sono infine gli addebiti di false comunicazioni sociali relativi a due bilanci, approvati nel 2014 e nel 2015, che coinvolgono i componenti del Cda e i sindaci revisori, oltre a Zucchi. Nel primo caso, per «occultare la totale perdita del capitale sociale», vennero iscritte all’attivo imposte anticipate per oltre 500mila euro e «crediti fittizi» per 778.287 euro, decurtando illegittimamente oltre 1 milione di euro dai costi di conferimento. Già quell’anno, dicono i pm, la società avrebbe dovuto essere sciolta. Invece si andò avanti, approvando un altro bilancio dove la Procura individua imposte anticipate per 688.398 euro, la plusvalenza fittizia della vendita delle Energy annullata appunto dalla scrittura privata e il contributo Sisma della Regione, di 2,9 milioni, in realtà mai corrisposto in quanto i lavori di ricostruzione del fabbricato di Scortichino non avvennero mai. —

stefano ciervo

© RIPRODUZIONE RISERVATA