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Ferrara, Procura bloccata. Negli uffici copie lavorano anche ragazzi della Caritas

Il procuratore: non faccio il magistrato, chiedo l’elemosina di personale agli enti. Intanto interviene la Camera penale: sviliti i ruoli dei legali e i diritti dei cittadini 

FERRARA. La fotografia che scatta il procuratore Garau sullo stato della giustizia a Ferrara è impietosa. Ma la sua decisione di bloccare i processi e chiudere o ridurre uffici è realistica – si spera incisiva – e non ha precedenti forse in tutta Italia.

E dire che carenze di personale e lentezza dei processi sono da sempre i mali della Giustizia italiana. Che spesso, come polvere sotto il tappeto, si preferisce nascondere: questa volta invece eccoli alla luce del sole i problemi, grazie alla trasparenza della procura. Tanto che il presidente dell’Ordine Eugenio Gallerani, solidarizzando con la decisione di Garau di bloccare processi e attività, parla di «giustizia negata». Una giustizia che va avanti grazie a contorsioni professionali, quella di reperire personale da enti pubblici come ha ricordato Garau, dicendo che «il mio mestiere è quello di fare il magistrato non chiedere l’elemosina di personale». In una di queste attività di “elemosina giudiziaria” era andato a bussare, trovando risposte, alla porta della Caritas di Ferrara: ottenendo dall’associazione ben 5 addetti, 4 ragazze e un ragazzo di colore, assistiti dalla Caritas, 18/20 anni che avevano il ruolo di addetti per la copia degli atti o di assistenza informatica: «Ce ne fossero, ci davano un mano, sono stati provvidenziali, una esperienza fantastica», diceva Garau dopo la conferenza stampa.

L'allarme della Procura: "Costretti a bloccare i processi per mancanza di personale"



Perché il personale in forza alla procura, come evidenziato, non ha problemi solo di numeri, anche di presenza: dei tre autisti, ad esempio, solo uno che potrebbe farlo è uno dei referenti dell’ufficio Tiap (atti informatici), gli altri due per problemi di salute svolgono mansioni generiche. I commessi, poi, che dovrebbero portare in giro carte e documenti con carrelli pesanti, molti sono inabili a far questo. E che dire del fatto che durante il lockdown, alcuni degli impiegati erano lavoratori “fragili”, a casa perché vulnerabili al contagio. Loro non lavorano, altri sì in smart working, rendendo al 50%, non per colpa loro, ma per problemi tecnici di accesso ai sistemi informatici di un ufficio giudiziario al quale si accede con strumenti adeguati, mai forniti seppur richiesti al ministero, ricordava amaramente Garau. A fronte di tutto questo, ora il lockdown giudiziario fino al 20 gennaio 2012. Una decisione che ha acceso la reazione anche della Camera penale degli avvocati di Ferrara, di cui è segretario Pasquale Longobucco.



Scrive il direttivo, che il caso Ferrara ripropone due amare riflessioni. Punta il dito su governo centrale e ministro di giustizia poichè sembra non abbiano «piena consapevolezza dei reali problemi che affliggono la giustizia nostrana». Visto che «proclami annunciati sui social, promesse di riforme epocali, ad oggi, non hanno trovato nulla di concreto». Pur a fronte di solleciti delle Camere penali nazionali: «Le ragioni di questi nostri solleciti erano evidenti, per evitare situazioni di giustizia negata e salvaguardare i diritti dei cittadini, sia essi imputati o parti lese». L’altra amara riflessione, spiegano, «riguarda il fatto che ancora una volta a pagarne i reali costi in termini di tempo e di diritti, siano in primis i cittadini, indagati o persone offese, e a seguire i loro legali». Perché, questa la sensazione «sembra si voglia mortificare figura e ruolo dell’avvocato con ricadute che si avranno sui cittadini che affidano a lui tutela dei diritti, ignorando le condizioni in cui è obbligato ad operare». –

Daniele Predieri

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