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Stuprata e picchiata dal marito dopo il matrimonio combinato

Dopo 11 anni la donna denuncia il suo inferno, ora lui non può avvicinarsi. Botte ripetute davanti alle figlie piccole, a febbraio la violenza fuori casa

Lo aveva sposato 11 anni fa, un matrimonio “combinato” tra le famiglie, straniere, e fin dai primi mesi non era stato un matrimonio sereno. Adesso la donna, 30enne, accusa l’ex marito di vari episodi di maltrattamenti, tra il 2012, 2017 e pochi mesi fa e e in ultimo una violenza sessuale, per essere stata stuprata (termini usati dai giudici) nel febbraio scorso dal marito che fuori controllo perché lei era fuori casa per cercare lavoro, dopo averla seguita la violentò.

VIOLENTATA VICINO AL FIUME


Lo fece trascinandola in un luogo appartato vicino a un fiume e la stuprò nonostante lei lo implorasse di non farlo, che stava male e perché incinta al quarto mese: la donna svenne, andò in ospedale ma non disse nulla. Riuscì a tornare a casa ma da allora ha abbandonato il marito trasferendosi dal padre con le figlie piccole di 7 e 3 anni. È una storia cruda, fatta di violenze e abusi, quella che giudici, carabinieri e polizia locale di un Comune della provincia, hanno dovuto affrontare. Partendo dalla cultura di sopraffazione dell’uomo verso la donna che si nasconde dietro questi fatti. Fatti che nascono da altre culture e da un matrimonio “combinato” tra le due famiglie.

Le famiglie decidono che i tre figli maschi di uno sposino le tre figlie femmina dell’altro. E qui il racconto si ingarbuglia, perché ora tutti i familiari coinvolti hanno raccontato la verità in parte o nascondendola. Il marito adesso sula base del provvedimento adottato dal gip Carlo Negri è stato allontanato dalla casa e ha il divieto di avvicinamento a moglie e figlie. E a breve dovrà rendere conto di ciò di cui è accusato proprio al giudice Negri. Che si è ha già pronunciato in parte nei suoi atti: infatti carabinieri e polizia locale, dopo aver raccolto la denuncia della donna aiutati anche da una psicologa, hanno valutato che vi erano gli estremi per portare in carcere l’uomo. Il giudice ha verificato, invece, che al momento le misure di allontanamento dalla casa possono bastare: la donna e le figlie sono lontane da lui, e lui non può avvicinare. Al momento non vi sono pericoli.

SE SBAGLIA, RISCHIA IL CARCERE

Ma nel caso lui stesso dovesse infrangere questi limiti allora sì che scatterebbe il carcere. Una storia da leggere partendo dalla cultura dei protagonisti, alla luce del fatto che la donna per anni ha negato a se stessa ciò che accadeva, per il bene dei figli, delle famiglie, legata a questi rapporti frutto dei matrimoni combinati: le sorelle, sue possibili confidenti e protettrici, sono le mogli dei fratelli del marito violento. Nei mesi scorsi, dopo la violenza subita nel febbraio scorso, ha trovato la forza volendo finalmente separarsi da lui: dopo essersi rivolta al Centro Donna e giustizia di Ferrara ha raccontato agli inquirenti il suo infermo. E spiegato che nonostante quel matrimonio da incubo non ha mai denunciato il marito e non ha mai spiegato ai sanitari del pronto soccorso i motivi di lesioni per le botte e in occasione del suo accesso dopo la violenza di febbraio, non raccontò nulla: per paura della vergogna, per lei, e le due famiglie. Una cultura che il giudice stesso ha stigmatizzato nei suoi atti, parlando di un uomo «che ritiene spettargli di diritto abusare della moglie». Fotografando anche l’atteggiamento omertoso dei familiari che pur sapendo di liti e problemi, hanno riferito poco o nulla. Anzi, altri parenti, dal loro paese d’origine avevano tentato di cancellare tutto: abusi, violenze e accuse. —