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Revisione dei canoni delle spiagge, solo per chi è colpito dalla Consulta

La sanatoria in discussione da domani al Senato sarà “ristretta”. Per tutti affitto minimo a 2.500 euro

COMACCHIO. Il condono che non piace a nessuno – e che tutti giurano di non aver mai voluto – sta già per ridimensionarsi: domani in commissione Bilancio al Senato si apre la discussione del decreto Agosto e la maggioranza si prepara a stringere le maglie della sanatoria da 235 milioni di euro che avrebbe dovuto chiudere tutti i contenziosi tra i concessionari delle spiagge e lo Stato. Si va verso il ritorno alla ratio originaria della misura: revisione dei canoni per i soli “pertinenziali”, i 300 concessionari che da 13 anni pagano canoni ritenuti illegittimi dalla Corte Costituzionale. Dopo le parole del deputato dem Umberto Buratti che aveva aperto a modifiche al testo, ora è il Movimento 5 Stelle ad annunciare un emendamento per correggere il tiro. E tra i pentastellati riecheggia l’idea che non si tratti di un errore, ma della volontà precisa di qualche “manina” per aiutare un settore il cui contributo per le casse pubbliche appare quantomeno controverso. «Era una norma pensata per i pertinenziali e concordata con i sindaci e gli imprenditori, anche alla luce della sentenza della Consulta. Però scritta così non va bene, noi vogliamo modificarla in Parlamento, sempre che il governo sappia resistere alle forze che vorrebbero ampliare la sanatoria», spiegano fonti del Movimento.

BALNEARI IN CONTROPIEDE

Del resto sono gli stessi concessionari a non chiedere il colpo di spugna sui contenziosi fiscali: «Non sapevamo che il condono sarebbe stato allargato, noi avevamo chiesto solo la definizione della situazione dei pertinenziali, che hanno bisogno di un intervento – commenta Antonio Capacchione, presidente del Sindacato italiano balneari di Fipe-Confcommercio –. Per noi semmai è importante la revisione dei canoni demaniali, con una riforma organica che, ad esempio, non ci veda più essere gli unici operatori del turismo a pagare l’Iva al 22% anziché al 10%. Perché è vero che tra noi c’è chi paga troppo poco, ma alcuni invece hanno canoni troppo alti. I canoni andrebbero calcolati in base alla valenza turistica della località, ma così non avviene. E quando si dice che versiamo solo 103 milioni all’anno non si considerano le regioni a statuto speciale né le imposte locali».

IL RINCARO E I DATI NASCOSTI

Il decreto Agosto prevede poi che il canone minimo salga a 2. 500 euro: è un rincaro che colpisce oltre 21mila concessioni che finora hanno versato 14 milioni di euro l’anno. L’incremento garantirà 39 milioni di euro in più per il Fisco. Un passo, questo, in direzione di un adeguamento delle entrate, ma la situazione resta squilibrata. Gli stabilimenti più famosi e costosi d’Italia, secondo i dati di Legambiente, pagano poche migliaia di euro a fronte di un giro d’affari milionario, non è così nei Lidi comacchiesi. Francesco Berti, deputato M5s, ha firmato un’interrogazione per chiedere al ministero dei Trasporti – che gestisce il Sid, il Sistema informativo demaniale – di rendere trasparenti i valori dei canoni: «Quanto pagano i concessionari i Comuni lo sanno, ma a livello centrale non ci sono queste informazioni. Nel database ci sono 54mila voci elencate in una grande tabella Excel, di fatto illeggibile. Sarebbe giusto che ogni cittadino e ogni consigliere comunale potesse vedere quanto costa la concessione del suo stabilimento. Non vogliamo puntare il dito contro tutto il settore, ma le nostre spiagge sono un bene prezioso e non possono essere svendute».

I dati nazionali sono fermi al 2016, su queste basi le regioni del Nord risultano versare di più: Toscana e Liguria con oltre 11 milioni ciascuna seguite da Lazio, Veneto ed Emilia Romagna. Poi Sardegna, Puglia e Campania sopra i 7 milioni; la Calabria si ferma a 5 milioni; la Basilicata a 425 mila euro mentre dalla Sicilia arrivano solo 81 mila euro. —

Gabriele De Stefani, Luca Monticelli

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