Comprava la Ferrari e raggirava i clienti: condannato per crac

Tre anni per bancarotta della società a Riccardo Schincaglia tre anni per bancarotta della società. Ed è pendente in Cassazione anche per truffe 

FERRARA. Si chiamava Eta Beta, la sua società di consulenza fiscale ed elaborazione dati. E come accadeva per il personaggio di Topolino, le cui tasche avevano una capienza smisurata riuscendo a contenere oggetti a non finire, Riccardo Schincaglia, ragioniere-commercialista ferrarese, in quella società faceva finire di tutto, soprattutto pratiche illegali a centinaia e centinaia, tanto che negli anni gli sono costate inchieste e processi.

L’ULTIMO PROCESSO


L’ultimo ieri mattina, per la bancarotta della Eta Beta: il tribunale di Ferrara dopo averlo interrogato in aula, e averne saggiato la strafottenza giudiziaria (famosa la sua frase a difesa «tanti clienti venivano da me perché facevo loro evadere le tasse»), lo ha condannato a 3 anni di carcere. Per bancarotta per distrazione, assolvendolo invece per quella documentale e per la distrazione di un cambio auto, aver sottratto un bene (una Porsche Ipamena) intestato alla società Eta Beta, avendola data in cambio in un concessionario per comprarsi una Ferrari California da quasi 200mila euro, con soldi suoi: anche se, questo il retroscena non comparso al processo, che evidenzierebbe la strafottenza fiscale di Schincaglia, un anno dopo la Ferrari gli venne ritirata perché non pagava le rate del leasing.

Tuttavia, i soldi suoi, come lui ha detto in aula, erano frutto dell’attività parallela di libero professionista, ragioniere commercialista, famoso, famosissimo in città, perché tanti clienti facevano la fila per essere assistiti da lui – la sua difesa, ribadiamo – perché riusciva a non far pagare loro le tasse. Ma questo riguardava il processo concluso due anni fa a Ferrara per truffe e appropriazione indebita (pena di 5 anni e 4 mesi poi ridotta a 3 anno e 8 mesi in appello), ora pendente in Cassazione.

EVOLUZIONI FISCALI

Per quanto riguarda il processo di ieri mattina, il pm in aula, Andrea Maggioni, davanti ai giudici Giacomelli, Migliorelli e Martinelli, aveva ribadito le “evoluzioni” fraudolente fiscali di Schincaglia, che aveva ceduto tutte le sue quote della Eta Beta ad un socio, Giuliano Benazzi, che in realtà era una “testa di legno” - ha ricordato lo stesso pm - amministratore di facciata, poiché, di fatto, a dirigere la Eta Beta era lui, Riccardo Schincaglia. Che faceva uscire bonifici bancari e prelievi dai conti correnti della società stessa. Ma questi soldi che uscivano erano «finanziamenti», a lui e la compagna. E quando ieri il giudice Giacomelli gli ha chiesto conto di questa “causale” ( “finanziamenti”), lui ancora strafottente: «Era un modo per evitare la tassazione su quelle somme, perché i quel periodo storico (2010 in poi, ndr) un libero professionista era tassato al 42%».

IL CAMBIO PORSCHE-FERRARI

Il pm Maggioni, anche per il caso Porsche-Ferrari aveva chiesto una condanna a 6 anni, poi dimezzata dai giudici a tre. Ma resta il fatto che mentre Schincaglia faceva affari “non puliti”, dava assistenza fiscale ai propri clienti, in molti casi (non tutti) di fatto raggirandoli e intascando i loro soldi che doveva versare per pagare imposte e tasse per loro, lui guidava la Ferrari California da 200 mila euro. Non stupisce più di tanto, visto che tutta Ferrara da decenni conosce, Riccardo Schincaglia, in passato con residenza a Chiasso (Svizzera) non certo per esterofilia, ma per opportunità fiscale. Però, a Ferrara, dove pur lavorava e operava (truffando, dicono i processi) nessuno lo trovava, soprattutto i finanzieri che indagavano su di lui, perché nelle sedi dove svolgeva libera professione non si trovava mai. E così lo cercavano in casa della madre, qui in città, dove gestiva le sue attività non “pulite”.

Per cui già oltre due anni fa era stato condannato e adesso attende che la Cassazione si pronunci. Il processo di ieri al di là delle accuse sulla Eta Beta, accolte a metà, ha fatto emergere anche e soprattutto che la società, come le tasche del personaggio di Topolino inghiottiva tutto: anche i documenti fiscali e contabili dell’azienda mai trovati dal curatore fallimentare Antonio Finessi che portò procura e finanza a contestargli la bancarotta documentale, ieri derubricata in un reato minore dal tribunale. E il ruolo di Schincaglia come ragioniere-commercialista? Collegio e ordine professionali attendono la sentenza in Cassazione: poi si vedrà quale provvedimento adottare per lui.

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