Regione, ancora scontro sul taglio dei vitalizi Ex consiglieri condannati a pagare le spese di lite

Nel 2017 alzata di scudi bipartisan contro la riduzione delle pensioni Tra i ferraresi Balboni, Zagatti, Sandri, Lodi, Bertelli, Dragotto e Ronchi 

il caso

Era il maggio del 2017 quando la Regione Emilia Romagna stabilì un giro di vite sui vitalizi dei consiglieri tra riduzioni degli importi, innalzamento dell’età per percepire l’assegno e divieti di accumulo con altri istituti analoghi. Una stretta alla quale un nutrito gruppo bipartisan di consiglieri aveva reagito con una veemente alzata di scudi, presentando ricorso al Tar per chiedere la non applicazione di alcuni articoli della Legge, la cui legittimità avrebbe dovuto essere valutata dalla Corte Costituzionale. Una posizione che aveva unito schieramenti politicamente opposti; tra i firmatari ferraresi del ricorso compaiono infatti Alberto Balboni e Alfredo Sandri, Alessandra Zagatti e Vittorio Lodi, Alfredo Bertelli, Giorgio Dragotto e Alberto Ronchi. Che ora, insieme ai loro colleghi, a distanza di tre anni hanno incassato la sentenza del Tar che li condanna a pagare alla Regione le spese di lite (15.000 euro in solido), senza peraltro pronunciarsi nel merito, ma rimettendo il tutto alla giustizia ordinaria competente in materia.


Era stata la stessa Regione a chiedere la condanna dei ricorrenti a pagare le spese di lite, ritenendo l’impugnazione immotivata e non riferita a un preciso provvedimento amministrativo. L’Emilia Romagna non era stata infatti l’unica Regione a mettere mano ai vitalizi, e le “sforbiciate” avevano innescato in varie parti d’Italia malumori trasversali sfociati nelle carte bollate. E all’epoca della “rivolta” emiliano romagnola, un po’ di letteratura al riguardo stava già cominciano a formarsi, con sentenze a favore delle giunte regionali.

Da parte loro, gli allora consiglieri “ridimensionati” avevano motivato la loro azione a difesa del vitalizio adducendo motivi di «equità» e «principio». Alessandra Zagatti, ad esempio, già presidente del Teatro Comunale di Ferrara e con un certo curriculum di incarichi amministrativi, ricordava di aver versato «per anni il 25% dell’indennità in contributi» e criticava la retroattività della legge che penalizzava «chi, come me, ha iniziato a fare politica in tempi in cui gli stipendi non erano certo come quelli più recenti».

Alberto Ronchi invece sottolineava la rinuncia all’assunzione all’Arci al momento delle sua elezione in consiglio regionale, per evitare conflitti di interesse, rivendicando una opposizione «di principio» a una legge «demagogica che cambiava in corso d’opera un “patto” pensionistico». A distanza di tre anni, resta ancora aperta la strada della giustizia ordinaria, ma con premesse che appaiono tutt’altro che favorevoli. —

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