Ristoranti, pub e bar ferraresi: «Il nostro settore rischia la fine»

Gestori inferociti per gli incassi serali che verranno meno: «Trattati come capri espiatori, servono aiuti immediati»

FERRARA. Le mani nei capelli, piuttosto che a segnare sul taccuino le ordinazioni dei clienti. Per ristoranti, pub e bar la scoppola è molto pesante, venendo di fatto a mancare una parte consistente degli incassi, quella serale. «Il nostro settore rischia davvero la fine», è il coro praticamente unanime da parte dei titolari degli esercizi commerciali e delle associazioni di categoria. E c’è chi parla, senza mezzi termini, di “capro espiatorio”.

LA VOCE DEI GESTORI


«Siamo nei guai, non so come ne verremo fuori», dice sconsolato Andrea Cavallina del ristorante La Romantica di Ferrara. Centro storico, dove la cena gioca un ruolo decisivo per le attività del settore. «Forse sarebbe stato giusto che ci avessero detto “state chiusi un mese”, era più onesto. Continuando così, la paura cresce nelle persone: poco fa mi ha telefonato un cliente chiedendo solo un posto all’aperto ma noi l’estivo lo abbiamo già chiuso. Prenotazione sfumata», chiude Cavallina.

Mattia Raiti, della dinastia che da 45 anni porta avanti il ristorante pizzeria Este Bar a Ferrara, ha fatto qualche conto: finora la pandemia gli è costata un -38% di fatturato rispetto al 2019. «Avanti così e si finisce l’anno al -50% – sostiene –. Devono aiutarci, altrimenti la vedo brutta, per noi e per i nostri 10-12 dipendenti. In generale, credo che i provvedimenti dovrebbero fare differenza tra un territorio e un altro: Ferrara non ha lo stesso rischio sanitario di Milano, per dire».

Nel resto della provincia non va meglio. Altro locale storico, l’Antica Osteria da Cencio a Cento: «Già i pranzi li abbiamo diminuiti, chi lavora in smart working non viene più – racconta Marco Bregoli –. Oggi siamo al completo e ho dovuto mandare via la gente, ma è domenica. Senza le serate e le tavolate di gruppo, perdiamo molto: e se mancheranno metà incassi, voglio proprio sperare che dimezzeranno anche le tasse. Ho già avuto delle disdette di prenotazione».

Massimo Carli è tra i soci che gestiscono La Barcaccia e La Comacina a Comacchio, più il Panama Beach a Porto Garibaldi: «Ci penalizzano a dir poco. Anche se è vero che noi lavoriamo più a pranzo che di sera, dove il danno sarà soprattutto al sabato. Sugli effetti sanitari del Covid, io non sono né catastrofista né lo sottovaluto, però si fa presto a dare la colpa a noi ristoratori. In questi mesi ci siamo dati da fare, alla Barcaccia abbiamo diminuito i posti a disposizione di una decina, da circa 50 a 40».

Colpiti anche i bar, in particolare quelli che puntano sugli aperitivi. «È anche il mio caso, dalle 18 in poi c’è comunque un buon via vai – dice Leonardo Forlani, titolare del bar In Piazza di Portomaggiore –. Baristi, titolari di pub e ristoranti sono le categorie più colpite dagli ultimi provvedimenti. Lo siamo in modo fattuale e il tutto in assenza di un colpevole vero della situazione e soprattutto di una soluzione. Pare proprio che allora abbiano deciso di trovare un capro espiatorio: chi beve lo spritz. Nonostante io non veda colonne di carri funebri che portano via i cadaveri di baristi e camerieri».

Danneggiati “di brutto” i pub. Al Collins di Pontelagoscuro non possono fare altro: per un mese chiuderanno, «e speriamo che ci si limiti a un mese – auspica Francesco Ferraro –. Ci hanno tagliato fuori completamente. Prima dal lunedì al giovedì chiudevo alle 2, di sabato alle 3. Da una decina di giorni alle 24 ed era già molto penalizzante. E ora niente: fino al 24 novembre chiudiamo. Ho dei ragazzi che mi aiutano, andranno in cassa integrazione».

LE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA

«Siamo al punto di non ritorno, è la fine di un settore – è drastico Andrea Musacci (Fipe-Confcommercio) –. Si sancisce che siamo noi il problema; non le scuole, le case di riposo private, i trasporti o gli uffici. Ma a questo punto neanche il caffè della mattina. Anche l’orario limite delle 22 sarebbe stato inutile, tanto valeva non aprire. Servono ristori, per carità, ma soprattutto investimenti per continuare a lavorare».

Secondo Luca Callegarini (Confesercenti), «è una catastrofe: non si capisce perché di debba chiudere alle 18. Così va in difficoltà estrema un intero settore già in crisi, le persone che ci lavorano, l’indotto. Noi l’abbiamo buttata lì: perché non pensare alla cassa integrazione anche per i titolari delle attività?».

«Se il governo – sostiene Davide Bellotti (Cna) – non metterà in campo subito misure incisive e tempestive di aiuto alle imprese, in provincia di Ferrara centinaia di aziende rischiano di chiudere per non riaprire mai più». Cna chiede stop ai versamenti di Imu, Tari e alle altre imposte in scadenza «per un lungo periodo di tempo». —


 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi