Contenuto riservato agli abbonati

Risarcito per i soprusi al padre nei lager. Condannati Germania e Stato italiano

La corte d’Appello ribalta la sentenza di primo grado e riconosce i patimenti del partigiano deportato nel 1944  

BERRA. Ha lottato per quasi cinque anni contro due Stati, la Germania e la sua patria, l’Italia. Ma alla fine tanta volontà e tanto impegno hanno avuto ragione. La corte d’Appello del tribunale civile di Roma, con sentenza depositata il 4 novembre, ha riconosciuto le ragioni di Diego Cavallina. Così l’ex sindaco di Berra, rappresentato dall’avvocato ferrarese Fabio Anselmo, ha vinto in secondo grado la causa per il riconoscimento dei danni per la prigionia del padre Gualberto, partigiano catturato dai nazisti e internato nei lager tedeschi da fine novembre 1944 a maggio 1945, liberato dalle forze alleate al termine del secondo conflitto mondiale.

IL RISARCIMENTO


La sentenza corte d’Appello condanna la Germania a risarcire Cavallina con 100mila euro per la prigionia del padre. E condanna sia la Repubblica tedesca sia il ministero degli Esteri italiano, costituitosi nella causa contro Cavallina per negargli il riconoscimento, a rifondere le spese sia del primo sia del secondo grado di giudizio: in totale oltre 19mila euro.

«Non so se quel risarcimento mi arriverà davvero – commenta Diego Cavallina, quasi con un pizzico di commozione –. Ma quello non conta. Quel che conta è che sia stato salvaguardato il diritto dei cittadini e confermata quella sentenza della Corte costituzionale del 2014», che riconosce la legittimità di queste richieste per crimini gravi come quelli nazisti. E che insieme alla Germania «sia stato condannato a pagare il ministero degli Esteri. Ecco, il fatto che lo Stato, il mio Stato, invece di difendere i propri cittadini gli vada contro, proprio non lo concepisco. E non è questione di governi di destra o di sinistra, ma che i cittadini debbano essere subordinati alla “ragion di Stato”».

LA STORIA

La soddisfazione di Cavallina sta tutta nel veder riconosciuto il sacrificio di suo padre ma anche di quanti hanno sofferto per dare all’Italia libertà e democrazia.

La vicenda di Gualberto Cavallina, nato a Berra il 26 aprile 1923, è stata ricostruita dallo storico ferraresi Davide Guarnieri, che ha anche aiutato l’ex sindaco di Berra nella ricerca della documentazione da presentare in Appello. Gualberto apparteneva a una famiglia di militanti comunisti ed antifascista (suo padre fu tra i fondatori del PdCI nel Copparese) e partì per il servizio militare obbligatorio nel 1943. Arruolato in aeronautica e, di stanza nei pressi di Monfalcone, disertò durante un attacco aereo e nella primavera del 1944 entrò a far parte della Resistenza friulana, nella brigata Garibaldi “Natisone”.

«A partire dal 4 novembre 1944 il battaglione partigiano Vivoda in cui militava Cavallina – scrive Guarnieri in un articolo pubblicato sulla Nuova il 15 agosto 2006 – subì diversi attacchi da parte delle truppe tedesche; decimato nel numero, fu definitivamente annientato dai tedeschi il 25 dello stesso mese. Da quella data si può far partire il viaggio di avvicinamento al lager di Dachau. I documenti della Croce Rossa Internazionale indicano l’arrivo nel campo alla data dell’11 dicembre, su un convoglio partito da Trieste. Era uno Schutzhaft, un internato per “custodia preventiva” ; a Dachau perse la propria identità, diventando semplicemente il numero 135441». Lì fu picchiato e torturato prima di essere trasferito a Leonberg, un sottocampo del lager di Natzweiler, dove fu messo ai lavori forzati in una fabbrica di aerei. Fu liberato che era 40 chili e tornò a Berra – dove ormai lo davano per morto – ai primi di giugno del 1945.

Il processo

Diego Cavallina ha iniziato dal 2015 a raccogliere gli atti per avviare la causa per ottenere il risarcimento per suo padre. Poi, nel 2016, il via al procedimento, al tribunale civile di Roma, con la richiesta di un risarcimento simbolico di 30mila euro per le sofferenze subite da Gualberto durante la prigionia nei lager nazisti. La sorpresa arriva subito: la repubblica tedesca non si costituisce nel giudizio, rportando però le proprie ragioni all’attenzione del ministero degli Esteri italiano. Lo Stato italiano, allora, si costituisce per sostenere le ragioni della Germania. E il 10 ottobre di quell’anno arriva la sentenza: nessun riconoscimento, perché secondo il giudice Diego Cavallina non aveva dimostrato in maniera adeguata i mesi di prigionia del padre.

«Una sentenza che sembrava una presa in giro, perché avevamo presentato le carte della Croce Rossa internazionale». Così l’ex sindaco raccoglie ulteriore documentazione e ricorre in Appello. L’ultima udienza nel dicembre 2019, poi l’attesa. E tre giorni fa la sentenza: «Quasi quasi non ci pensavo più - dice Diego Cavallina - : è vero che la giustizia civile ha tempi lunghi. Ora la sentenza salvaguarda i diritti dei cittadini. Questo è l’importante». —

ALBERTO VINCENZI

© RIPRODUZIONE RISERVATA