Scia di contagi sul lavoro: Inail Ferrara, 400 pratiche aperte

Cassiere, Oss, addetti dei market: i telefoni dell’Inca Cgil continuano a squillare. Per i sanitari e gli addetti dei front-office “infortunio” riconosciuto di default

FERRARA. C’è la cassiera del supermercato o l’addetto al banco della frutta e verdura nella grande distribuzione. Ma pure la Oss al servizio in una casa di riposo, o l’operaio che fa i turni fabbrica o il dipendente di un’azienda. In comune hanno due cose: hanno preso il Covid sul posto di lavoro; inconsapevoli dei loro diritti, non hanno aperto una pratica di infortunio ma si sono limitati a mettersi in malattia.

CENTINAIA DI CHIARIMENTI


Casi molto più frequenti di quanto si possa immaginare, e che continuano a ripresentarsi anche adesso, a distanza di mesi dalla prima, più caotica ondata. Lo sanno bene alla Cgil, dove fin da marzo l’Inca - in stretto contatto con le categorie - ha messo a disposizione un numero (347 3504246)dedicato appunto all’assistenza ai lavoratori contagiati “sul campo” e sui cui confluiscono centinaia di telefonate al giorno.  «Per alcune categorie di lavoratori, come gli operatori sanitari e coloro che fanno servizio di front-office, il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro e pressoché automatico, nel senso che spetta all’Inail l’onere della prova, e non al lavoratore contagiato - spiega la referente, Valentina Ziosi - Invece per altri ambiti lavorativi, come fabbriche e aziende private, la procedura è molto più difficile».

LE PRATICHE

Sono 259, secondo i dati aggiornati al 31 agosto, le pratiche di infortunio Covid aperte nel Ferrarese: 203 riguardano donne e 56 uomini, e di queste 70 sono seguite dal patronato Inca. Con la seconda ondata, al momento, si conta un’altra settantina di pratiche ma i numeri, sottolinea il sindacato, sono di gran lunga sottostimati perché non tengono conto di una vasta quota di sommerso.

OSS E CASSIERE

«Durante la prima fase - va avanti Ziosi - i casi più frequenti interessavano gli operatori sanitari di strutture ospedaliere, adesso ci sono anche i dipendenti dei super e ipermercati, gli Oss e gli infermieri delle strutture protette. Ancora troppo pochi sanno che ammalarsi di Covid sul lavoro dà diritto ad aprire una pratica Inail; ci sono persone che sono state contagiate durante la prima ondata, ma solo ora stanno chiedendo il riconoscimento dell’infortunio. Anche perché in qualche caso i datori non sanno o fingono di non sapere. Il nostro compito è proprio questo: attivare tutte le pratiche non solo per difendere il posto di lavoro, ma anche tutelare il futuro, a cominciare dal riconoscimento di un eventuale danno biologico».

DIRITTI SCONOSCIUTI

Diritti che, stando alle telefonate raccolte dall’Inca, sono appunto in larga parte sconosciuti ai più, oppure appresi con mesi di ritardo: «Le persone sono spesso confuse e spaesate, e il fatto che l’Inail sia stato tra i primi a chiudere e ad attivare il servizio da remoto ha reso le cose molto più complicate, soprattutto all’inizio. Ci chiamano persone che non sapevano di poter aprire una pratica di infortunio, altre che vogliono informazioni sull’iter da seguire, oppure se hanno svolto la pratica senza errori o dimenticanze».

Ma c’è anche chi lamenta, conclude Ziosi, sollecitazioni insistenti da parte di qualche datore di lavoro a riprendere servizio: «Tutto nasce da una circolare legata al decreto del 12 ottobre scorso del Ministero della Sanità, che prevede che gli asintomatici possano tornare a lavorare dopo 20 giorni dal tampone positivo. Una disposizione che trova una giustificata resistenza da parte dei lavoratori». —

Alessandra Mura

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