Addio Diego, se ne va il dieci che ha cambiato i numeri del calcio

È morto per infarto durante la convalescenza dopo un intervento al cervello. Ha avuto una vita tanto piena da scoppiare e il dono di trascinare il pubblico 

Adesso Maradona è uno solo, puro spettacolo, semplice, inconfondibile, perfetto e meraviglioso calcio. L’essenza di un gioco stupendo. Non più angelo e demone, genio e sregolatezza, non più diviso e doppio, non più amico dei potenti e cuore dei reietti. Muore a 60 anni e perde l’ombra, il lato oscuro che magari rimarrà legato alla sua storia, ma non certo nella memoria. Quella è già fin da ora occupata dalla magia.

«Scrivete sulla mia tomba: grazie alla palla», ci ha pensato lui all’epitaffio e anche al racconto di una vita tanto piena da scoppiare. Lui, nato in una baraccopoli di Villa Fiorito, nella cintura di Buenos Aires e diventato il simbolo di tutto quanto è possibile. Dalla povertà più assoluta alla vertigine incontrollata, un viaggio durato il tragitto di una punizione: immediato e ingestibile. In campo il controllo sublime, fuori il caos più totale. Maradona non è stato traviato dal successo, si è ubriacato di se stesso e restare sobri era davvero difficile.



Da subito unico, con un talento strabiliante che non è neanche la dote migliore del numero dieci. Maradona travolge, incanta, traduce la sua passione in una lingua che condividono tutti, presta il divertimento a chi non ha le sue capacità, a chi non saprebbe mai come trasformare una palla nel volano per la felicità però ne ha una precisa, concreta idea guardando lui. Nessuno, neanche Messi, è mai riuscito a trasferire il proprio dono nella fantasia altrui. Di chi altro si ricordano i riscaldamenti, non uno ma tutti? Ogni singolo palleggio fatto per trasmettere il piacere di un gioco: nei parcheggi, tra le macchine, nel fango di campi che non esistono più, in stadi pieni ben prima del fischio di inizio o anche senza una partita, solo per lui che doma il pallone e non le parole. Quelle restano sparpagliate in giro senza attenzione, senza mai essere reclamate, ritrattate o messe in ordine. Maradona parla una lingua tutta sua, balla al ritmo del calcio. Dovrebbe diventare immenso a Barcellona e invece succede a Napoli, traiettoria imprevedibile per un campione fuori dagli schemi, infatti pure mettere in fila la sua carriera è complicato. Le immagini superano le date, si mescolano in una sequenza di gol incredibili.

A otto anni è già fuori quota, troppo bravo per «le cipolline», squadra giovanile in cui viene scoperto, come se ci fosse bisogno di svelare il futuro di uno destinato alla grandezza. Basta dargli un’occhiata e tutto è speciale: la velocità, la semplicità, la confidenza, i numeri, le scelte che per lui sono ovvie e gli altri non vedono. Viene reclutato dall’Argentinos juniors e poi passa alla Bombonera, al Boca che porta gli avversari all’inferno e Maradona in estasi. Lì gli stadi iniziano a tremare quando lui arriva sul campo e non è epica, è proprio terra che vibra per le migliaia di piedi e mani che battono, per le urla che lo accompagnano. Sarà così ovunque.

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Non si innamora di Barcellona che ha respirato troppe prodezze prima di lui, i blaugrana si ostinano a pensarlo dentro la propria tradizione mentre Diego vuole un’altra strada, una che nessuno abbia mai segnato e sceglie Napoli, il Napoli: quanto di più simile alla sua Argentina. Un posto che chiama riscatto e che gli offre il ruolo che cerca, capopopolo. Trova energia da un mondo escluso che spinge per entrare e lui butta giù porte a calci. Ai Mondiali del 1986 diventa il re del calcio e alza una Coppa che pesa quanto un Paese. Ai quarti, contro l’Inghilterra, firma il suo sport con due gol in cinque minuti: uno è una rapina, l’altro il più bello che si sia mai visto e lui celebra il furto. La mano di dio è un’etichetta che si appiccica addosso da solo. Come per l’epitaffio, fa tutto in proprio. Lo dice subito, di getto, nello spogliatoio: «È stata la mano di Dio», non solo perché il suo pugno ribelle ha deviato il pallone in rete, ma con l’aiuto di un’entità superiore, di un Dio, che benedice la sua rivincita. Rivendica le Malvinas: tra i tantissimi libri che raccontano l’epopea di Maradona e i romanzi che ne solleticano il ricordo, resta il memorabile “Me van a tener que disculpar” di Eduardo Sacheri e lì si svela quell’incastro di truffa e incanto: «Non aveva bisogno di rubare ma voleva fargli capire come ci si sentiva a stare dall’altra parte». Ecco, Maradona sta e starà sempre dall’altra parte, tanto ai margini da spingersi oltre.

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Dopo lo scudetto al Napoli, il primo, dice: «Finalmente il titolo al Sud», prima della semifinale tra azzurri e Argentina ai Mondiali 1990, spacca il pubblico con la provocazione: «L’Italia si ricorda di Napoli solo quando le fa comodo». Sale, spericolato, in verticale fino a che la vertigine si fa struggente e la caduta quasi inevitabile. Barcolla in equilibrio precario sopra i propri eccessi: i boss frequentati, i figli non riconosciuti, la cocaina. «Pensa a chi sarei stato senza droga», confessa a Kusturica quando ormai è un ex. Eppure non esiste un grado superiore al suo livello.

Trovato positivo durante la Coppa del mondo 1994 esce di scena, quel che resta non gli somiglia più e tanto meno è da considerare la carriera da allenatore. Nel 2010 porta l’Argentina in Sudafrica, la gente lo ama, la squadra no. Eppure, anche lì, fuori forma e spesso fuori giri, ferma il tempo a ogni casuale palleggio. La magia che gli riesce fino all’ultimo, dopo la tournée tra i leader sudamericani, i tatuaggi del Che, le foto con i sigari, dopo le liti, anche in famiglia, con le figlie Giannina e Dalma, con l’ex moglie Claudia Villafane. Dopo i tumulti, l’affanno, i ripetuti bagni di folla, la vista che si annebbia, le palpitazioni, l’operazione al cervello, l’infarto. Dopo la fine, resta un solo indimenticabile Maradona, morto nello stesso giorno di Fidel Castro, suo idolo, e di George Best, suo unico predecessore. Non avrebbe potuto condividere l’epilogo con nessun altro. Grazie alla palla e grazie per averla fatta girare.—

Giulia Zonca

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