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Sequestro da 22 milioni rimpallato tra giudici. L'atto fermo da tre anni e i beni stanno sparendo

Ferrara scarica su Bologna che fa muro e la Cassazione le dà ragione. La vicenda collegata ad un’inchiesta per frode fiscale sul facchinaggio

 

FERRARA. Macchine, camion e macchinari, oggi sono quasi dei rottami e il loro valore sta deperendo, di anno in anno. Casali con piscina, immobili di servizio, ville di grido citate negli annali di design e architettura e residence sparsi tra Ferrara, Rovigo, Forlì e Roma nel frattempo sono stati venduti e comprati in (presunta) buona fede: un intero patrimonio valutato 22 milioni e mezzo (epoca 2017) che si sta volatilizzando piano, piano perché i giudici tra Ferrara, Bologna e Roma, hanno “litigato” per oltre tre anni su chi debba decidere in merito al sequestro di questi beni, sulla “misura di prevenzione” da adottare applicando il nuovo Codice antimafia.

Tre anni di ritardo

Una lite su cui, solo ora, la Corte di Cassazione ha detto stop, ordinando che sul sequestro di questi beni dovrà decidere il tribunale di Ferrara. Che lo farà con tre anni di ritardo, a fronte, dicevamo, di un possibile dispersione di quei beni, che dovevano essere congelati tre anni fa. E allora, per sapere e capire di più della storia che vi stiamo raccontando occorre andare indietro nel tempo, al 2017: quando Guardia di finanza e procura chiudono le indagini su una (presunta) colossale frode fiscale gestita da una associazione a delinquere (le accuse), portano a processo una ventina di persone e alla condanna (6 anni e 8 mesi) dei vertici di questa organizzazione - ritenuta tale -, Bilal El Mangar e la moglie Souad Mochrik: sono imprenditori di origini marocchine, ferraresi di adozione, che nell’arco di quasi dieci anni (dal 2007 al 2016) hanno creato un impero economico nel settore dei servizi della logistica (facchinaggio, movimentazione merci, magazzino) lavorando per i colossi delle spedizioni.

Un impero di frodi

Un impero, però - dicono gli inquirenti ferraresi -, costruito su illeciti e frodi fiscali, impero che può vantare un patrimonio, riconducibile a marito e moglie (per l’accusa), valutato allora 22 milioni e 280mila euro. Partendo da questi presupposti, la procura (allora gestita da Bruno Cherchi) chiede al tribunale di Ferrara la “misura di prevenzione” prevista dal codice antimafia, che viene allargato dalle organizzazioni mafiose anche a persone ritenute “socialmente pericolose”, i cui patrimoni non siano giustificati o possano essere provento di illeciti. E qui inizia la lite giuridica - il conflitto di competenza - tra i giudici di Ferrara e di Bologna. Come evidenzia la sentenza della Corte di Cassazione (numero 32557 di metà ottobre, presidente Di Tomassi, relatore Magi) che attribuisce la competenza a Ferrara, tutto inizia il 23 novembre 2017: il tribunale di Ferrara che deve decidere sulla proposta di “misura di prevenzione” per Bilal e la moglie presentata dalla procura cittadina il 9 ottobre, ravvisa di non avere competenza per decidere. Manda tutto a Bologna, perché - motiva Ferrara - la nuova legge che modifica il Codice antimafia prevede non siano più i tribunali locali ma quello distrettuale, a Bologna per tutta la regione, a decidere sulle “misure di prevenzione” antimafia. Norma appena entrata in vigore, il 19 novembre: dunque il tribunale di Ferrara si spoglia del caso quattro giorni dopo e manda tutto a Bologna. È il primo errore, sentenzia ora la Cassazione, perchè tutti i procedimenti antecedenti il 19 novembre restano di competenza locale (Ferrara) non distrettuale (Bologna). A Bologna, però, il fascicolo sulla “misura di prevezione” Bilal-Mochrik ha dei tempi tecnici: solo il 29 ottobre 2018, la procura di Bologna chiede al suo tribunale di pronunciarsi sulla misura di sequestro richiesta. Ma l’11 gennaio 2019, il tribunale di Bologna risponde picche, dichiara la propria incompetenza e rispedisce tutto a Ferrara. Dove le carte restano in stand by (soliti tempi tecnici), fino all’anno dopo: il 20 gennaio 2020, Ferrara si pronuncia - dopo essere stato investito dalla nuova richiesta della procura nel giugno 2019 -, si dichiara incompetente e solleva il conflitto di attribuzione (secondo errore). Le carte vanno alla Corte di Cassazione. Che quasi un anno dopo, il 13 ottobre scorso, sentenzia: «Decidendo sul conflitto, la Corte dichiara la competenza del tribunale di Ferrara, al quale dispone trasmettersi gli atti».

Come il gioco dell’oca

È il gioco dell’oca giudiziario: tutto torna alla casella di partenza. E qui a Ferrara, prossimamente, il tribunale (sezione speciale “misure prevenzione”) dovrà fissare l’udienza e decidere sul sequestro dei beni per 22 milioni e mezzo di euro. Beni che, tuttavia, potrebbero esser stati, in buona parte, dispersi. Vanificando, di fatto il principio all’origine di tutto: il sequestro fu chiesto nel 2017 come misura di prevenzione per permettere allo Stato di avere la garanzia - nel caso fossero poi state confermate accuse e ipotesi sulla provenienza illecita di quei beni - di poter contare sul patrimonio in beni mobili e immobili, per confiscarlo e farlo suo. Niente di tutto questo, almeno finora. Anche perchè, nel frattempo, anche il percorso giudiziario penale, dopo la condanna in primo grado per associazione a delinquere e frode fiscale, è ancora pendente in appello il processo, dopo 4 anni, e non sia sa quando verrà fissato. E ancora, altri errori: prima di tutti questi atti, nel marzo 2017, il sequestro urgente fu accolto prima dal tribunale di Ferrara e poi bocciato dal Riesame, per un cavillo giuridico: anche in questo caso, il cavillo verteva sulle date di deposito degli atti giudiziari.