Caso Galan, condanna bis all'ex comandante dei vigili del fuoco

Marco Galan

A 14 anni dalla tragedia, la Corte dei conti obbliga De Vincentis a pagare 200mila euro di danni

FERRARA. Non è solo un pezzo di carta, la sentenza in 15 pagine della Corte dei conti (sezione centrale d’appello di Roma), ma è il racconto giudiziario di una tragedia che tanti ricorderanno a Ferrara. Ed è la testimonianza, pur indiretta, della lotta per vivere di Marco Galan, vigile del fuoco di Ferrara, oggi 57enne, iniziata il 26 luglio di 14 anni fa: quel pomeriggio nella caserma dei vigili di via Krasnodar rimase vittima di un incidente assurdo che lo costringe ancora oggi immobilizzato in un letto, in uno stato di assenza totale in stato vegetativo.

Quel pomeriggio

Quel pomeriggio d’estate, Galan stava collaudando un cavo d’acciaio collegato a due veicoli di servizio, nel piazzale della caserma, in tensione e sollecitato a sforzi: un corriere col suo furgone venne fatto entrare nella caserma, transitò nel piazzale e agganciò, non vedendolo, quel cavo d’acciaio, spostando uno dei due veicoli cui era collegato: quello più vicino a Galan lo travolse passandogli sopra.

Il pezzo di carta di cui parliamo, la sentenza, mette ora e finalmente, il sigillo a tutti gli strascichi giudiziari del caso. Non quelli penali definiti da tantissimi anni, ma sui danni che lo Stato italiano ha chiesto all’ex comandante dell’epoca Michele De Vincentis, già condannato nei vari processi penali per non avere garantito la sicurezza sul lavoro, in quel piazzale, quel maledetto pomeriggio di 14 anni fa, a Marco Galan durante il suo lavoro.

I giudici della Corte dei conti di Roma (in sede di appello, dunque) hanno rivisto la precedente sentenza della Corte di conti dell’Emilia Romagna che risale al 2015. E dopo 5 anni (tempi tecnici della giustizia, dirà qualcuno) i giudici (Calamaro, Buccarelli, De Petris, Razzano e Chesta) hanno rivisto e ridotto la “condanna” al pagamento per la tragedia che l’ex comandante De Vincentis non ha, di fatto, saputo evitare. Cinque anni fa era stato condannato al pagamento in favore del ministero dell’interno di 368.750 euro a fronte della somma che lo stesso ministero aveva pagato a Marco Galan e ai suoi familiari (1 milione e mezzo di euro), per le «gravi ripercussioni fisiche» e il «successivo coma irreversibile» subiti in servizio.

I giudici romani però - ed è questa la novità giuridica -, hanno ridotto ulteriormente la condanna a quasi la metà, a 200mila euro, e lo hanno fatto attribuendo - lo riportiamo per dovere di cronaca - una sorta di concorso materiale da parte di Galan nell’incidente: mentre i giudici della Corte dei conti bolognese avevano nel 2015 indicato solo - conteggiando la cifra - una corresponsabilità di De Vincentis con collaboratori cui aveva dato deleghe sulla sicurezza e tra le concause la velocità dell’autista col furgone. Articolando il loro pensiero nelle 15 pagine della sentenza, i giudici romani spiegano che il ricorso di De Vincentis - coi suoi legali individuava solo nella responsabilità di Galan quanto era accaduto - non è assolutamente da considerare. «L’esonero da responsabilità di De Vincentis non è configurabile» e quindi «l’appello è da respingere». Ma al tempo stesso, spiegano i giudici «risulta con certezza acclarata una condotta importante del vigile del fuoco rispetto alla sua posizione sul campo d’operazione». Spiegano i giudici che a loro parere Galan «si trovava troppo vicino ed in posizione di oggettivo pericolo rispetto al mezzo che l’ha travolto e ciò ha determinato che le conseguenze su di lui siano state ben più rilevanti e gravi».

Riduzione del danno

Dunque partendo da questo convincimento, i giudici spiegano di essere indotti «ad una valutazione esterna rispetto al nesso di causalità», dato che «se il danno è senz’altro frutto dell’insufficienza delle misure di sicurezza, i suoi effetti disastrosi sono stati indubbiamente agevolati dal comportamento del soggetto leso». Da qui la rideterminazione (riduzione) della condanna alla metà di quella di prima grado: 200mila euro. E la parola fine a questo procedimento, che si è definito con tempi biblici: in questo caso per un fatto di 14 anni fa, e dopo cinque anni (Corte dei conti e poi Corte conti in appello) dalla precedente sentenza del 2015. —
 

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