Ferrara, cattolici duri sulle case popolari: scelti criteri discriminatori

Le associazioni cittadine: le nuove regole sono contro l’uguaglianza sociale. E altri Comuni sono già stati condannati

FERRARA. «Restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie, sofferenze e precarietà della vita»: usano le parole con cui Papa Francesco apriva la terza giornata mondiale dei poveri nel 2019, le associazioni cattoliche cittadine Acli, Agesci, Azione cattolica, Ferrara Bene Comune, Masci, Movimento rinascita cristiana, Salesiani cooperatori. Lo fanno per intervenire sui nuovi criteri di assegnazione decisi dalla giunta di centro– destra del sindaco Alan Fabbri, da una settimana finita nell’occhio del ciclone e a breve in tribunale coi ricorsi annunciati contro quei requisiti ritenuti discriminatori: impossidenza e residenzialità, per come sono applicati ora.

Con «convinzione» le associazioni esprimono perplessità sui criteri e ne indicano tutti i limiti finiti già all’attenzione dei giudici: Tribunale di Milano per l’impossidenza e Corte Costituzionale contro la residenzialità storica, requisito capestro poiché non ha un tetto massimo e privilegia di fatto i ferraresi che risiedono in città da decenni. La residenzialità (essere italiani e ferraresi da tanti ani) spiegano «se utilizzato senza limiti come criterio maggiormente premiante dall’attuale regolamento comunale, riduce qualsiasi valutazione sulle situazione di bisogno o di disagio, risultando nei fatti discriminatorio». E poi che dire sull’impossidenza: «per gli stranieri difficile da ottenere dai paesi di origine, mentre per i cittadini dell’Ue è sufficiente un’autocertificazione». «L’applicazione dei due criteri – spiegano – quindi non solo non ci sembra possa contribuire alla realizzazione del principio costituzionale dell’uguaglianza sociale, ma risulta miope nei confronti della città di domani e denota un’idea di futuro che non incentiva il ricambio generazionale, le nuove nascite e le famiglie». E ultimo ma non ultimo, la circostanza per cui, dopo la graduatoria annunciata, ora le cause in tribunale dovranno essere affrontate e pagate «esponendo l’amministrazione a ricorsi e a condanne onerose». Infatti, ricordano, trancianti che «per entrambi i criteri, ci sono già sentenze molto chiare in cui l’ente pubblico è stato condannato al risarcimento». –


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