Contenuto riservato agli abbonati

«Sono io il capo, devo ammazzarlo». La prova della mafia nigeriana a Ferrara

I giudici dicono no alla scarcerazione degli Arobaga. E svelano che Bogye Dj voleva uccidere il rivale che capeggiava gli Eye 

FERRARA. Aveva scelto anche il giorno, il 26 maggio, e parliamo dell’anno 2019. Voleva uccidere il rivale, il capo dell’altro clan nigeriano, gli Eye, quel Stephen Oboh detto Rasta per le treccine di cui si vantava, sopravvissuto ad un agguato del clan dominante a Ferrara, gli Arobaga, o “Baga” come si chiamano tra affiliati. Boogye Dj, Emmanuel Okenwa, era il capo degli Arobaga in città, prima di finire in carcere l’ottobre scorso. E voleva finire il “lavoro” che un anno prima, il 30 luglio 2018, i suoi uomini, del clan degli Arobaga, non avevano portato a termine: Oboh era stato attirato in un agguato in via Morata e qui massacrato con catene e machete, la “firma” degli Arobaga. Ma si salvò, nonostante le gravissime lesioni alla testa.

La resa dei conti


Un anno dopo, per lui era già partito l’ordine di ucciderlo. A dirlo è lo stesso Boogye, intercettato: «Il 26 di questo mese (maggio 2019, ndr) farò del male a Stephen, verranno tanti German (fratelli, affiliati, ndr) e ci sarà anche Gbidy (un altro capo, ndr)... lo manderò al cimitero: non sarò più Boogye il capo degli Arobaga se non gli farò del male, devo ammazzarlo». Parole che per i giudici del Tribunale della libertà di Bologna, assieme ad tanti altri fatti, episodi e violenze rappresentano la prova di mafiosità: riscontri che servono ai giudici per confermare, di fronte ai ricorsi dei legali di alcuni Arobaga, il reato contestato al clan a Ferrara: associazione a delinquere di stampo mafioso.

Dunque, giudici “terzi” confermano, per la prima volta, dopo gli arresti e i blitz dell’ottobre scorso della Polizia di Ferrara in mezza Italia, che i clan nigeriani, questa volta gli Arobaga in città, sono una vera organizzazione mafiosa. Non hanno dubbi i giudici Santucci, Margiocco e Melloni (tribunale distrettuale della libertà) nel rigettare le richieste dei difensori di un gruppo di nigeriani arrestati, che mettevano in dubbio le accuse di associazione mafiosa: reato grave, gravissimo, che, di fatto, consente ad inquirenti e giudici di tenere in carcere le persone cui viene contestato.

Chako capo della ship

Perché spesso accade che gli arresti di piccoli spacciatori o per contestazioni generiche di traffico di droga, portino alla scarcerazione dell’arrestato. L’esempio che i giudici citano riguarda “Chako”, ossia Shaka Abubakar, ritenuto uno dei capi del gruppo degli Arobaga a Ferrara. A stretto contatto con Boogye. Bene, a Chako veniva contestata una cessione di un grammo di cocaina e aver detenuto «un imprecisato quantitativo di droga». Dunque, stando ai capi di imputazione, sarebbe uno spacciatore, e non avrebbe nulla a che fare con il clan mafioso. Invece, con una precisione chirurgica, i giudici – che hanno letto attentamente le carte – piazzano Chako ai vertici dell’associazione mafiosa. Lo indicano come il braccio destro di Boogye. Addirittura, lui ai domiciliari, riceveva visite da quelli del clan. Si lamenta perché è segregato in casa e “caricato” ma Boogye lo invita a pazientare perché, gli dice «ora siamo noi i più forti». «Noi», gli Arobaga, di cui Chako è diventato un Coordinator (tra i vertici) tanto che da Mestre, un altro Coordinator, Dozen Okoduwa, gli dice: «Stai guidando molto bene la ship (il clan a Ferrara, ndr)».

L’aggettivo mafioso

Un esempio, semplice, per far capire l’aggravante mafiosa: senza questa contestazione, Chako sarebbe già in libertà. Da qui l’importanza dell’aggettivo “mafioso” per gli Arobaga. Elencano i motivi, i giudici: soffermandosi sulle violenze, citandole: «Quello bisogna appenderlo per i piedi», dicono altri capi. «Hanno chiamato persone in Nigeria per far del male al padre di Oboh (per ritorsionem, ndr)». È questa la “mafia”: uccide in Italia, non conosce confini. –

© RIPRODUZIONE RISERVATA