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Ferrara, l’ex consigliere: per Ovadia sulla Shoah nessuna censura ma dovevamo sapere

Acanfora Torrefranca sulla richiesta di visionare il testo del reading: «Troppo basso il contratto da direttore? Ci sono limiti di legge» 

FERRARA. Difende le Comunità ebraiche, anche a nome di quella ferrarese della quale è vicepresidente, da ombre d’ingerenza sulla nomina di Moni Ovadia al Teatro Comunale. Ma l’ex consigliere Massimo Acanfora Torrefranca fa di più: si schiera a fianco del suo presidente dimissionario, Mario Resca, nel giustificare la lettera con quale veniva chiesta una visione preventiva del testo di Ovadia per la Giornata della memoria, alla base, secondo Vittorio Sgarbi, del ribaltone.

Com’è stata presa la nomina di Ovadia dalle comunità ebraiche? Sgarbi parla di telefonate di protesta.


«Quali comunità? Voglio essere chiaro, nessuna comunità ebraica in quanto tale ha mai esercitato pressioni contro una nomina o affinché si operi una censura. È offensivo affermarlo. Nelle comunità si discute in maniera anche animata, ma poi finisce lì. E preciso, non ero nel Cda in quanto ebreo o in rappresentanza della Comunità di Ferrara, ma come musicologo e la mia esperienza in Deutsche Grammophon, ad esempio, testimonia le mie competenze».

Torniamo sul contratto che avete proposto a Ovadia, 40mila euro e in prova per un anno. Perché?

«Se mi propongono la nomina di Ovadia per chiara fama, esprimo parere favorevole. Ma qui parliamo del direttore generale di un teatro, un ruolo che prevede una valanga di compiti amministrativi e legali, dai controlli delle scale antincendio all’antiriciclaggio fino alla gestione del personale, e Ovadia non ha esperienze in questo senso: ci sono teatri che per 6-7 anni non hanno pagato i contributi Enpals per dimenticanze. Lo stipendio? Ci siamo attenuti a quanto prevede la legge per incarichi istituzionali che non passano per concorsi, anche se al tetto di 40mila euro c’è una deroga Covid fino a 70mila euro: il mandato al presidente era di trattare nei limiti appunto di legge».

Veniamo alla lettera sulla Giornata della memoria: ne eravate a conoscenza in Cda? L’avete approvata?

«Ne avevamo parlato informalmente, anche se non ci sono delibere in merito. Il presidente, è bene sottolinearlo, non ha scritto di voler censurare alcunché, voleva però conoscere in anticipo il tenore dell’intervento di Ovadia per prepararci a eventuali reazioni negative. In passato ha fatto affermazioni sullo Yad Vashem che vuole monopolizzare la Shoah, o sulla politica d’Israele contro i palestinesi. Temi delicati in un periodo nel quale, non va dimenticato, sono pure arrivate lettere di minaccia al Meis».

L’organo amministrativo di un teatro che entra nel merito di un testo da portare in scena: è normale?

«L’artista deve essere sempre libero, non c’è dubbio. Ma se arriva un regista e vuole fare uno spettacolo sul presidente della Repubblica, si dice sì senza sapere cosa dirà? Quello di Ovadia poi non è esattamente uno spettacolo teatrale».

Da tutto questo si evince comunque che il rapporto di fiducia tra l’ex Cda e il futuro direttore era di partenza ai minimi termini. Perché andare avanti allora?

«È stata una richiesta del socio unico della Fondazione, cioè il Comune. Il vicesindaco Lodi ci disse in Cda che Ovadia era un’opportunità e ci pregò di non sprecarla. Del resto anche il coadiutore Marcello Corvino è stato un suggerimento del socio, e non è che fossimo soddisfattissimi del suo operato, accompagnato da un atteggiamento di scontro frontale con il presidente».

Cosa rimane al Comunale e a lei di questa vicenda?

«Non ho retrogusti amari, è stato perfino esaltante lavorare per il Comunale in tempi così difficili. Ovadia valore aggiunto? Lo dirà il tempo, la macchina amministrativa di un teatro è complessa». —

Stefano Ciervo

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