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Ferrara, Sgarbi e il caso Ovadia: «Mai parlato di soldi Resca è andato via per una mail assurda»

II numero uno di Ferrara Arte risponde all’ex consigliere Maisto: «L’ex presidente voleva vedere il testo teatrale su Israele dell’artista»  

FERRARA.Aveva deciso di tenere un profilo basso nella vicenda Resca-Ovadia, ma l’intervista nella quale l’ex consigliere del Teatro Comunale, Alessandro Mistri, lo tira in ballo direttamente non gli è andata giù. Ecco quindi il Vittorio Sgarbi furioso, come da copione, ma anche prodigo di documenti e date, a ribaltare la frittata, attribuendo l’addio del presidente non solo alla questione del contratto di Ovadia, ma anche ad una richiesta di controllare preventivamente il testo teatrale dell’artista in occasione dello spettacolo per il Giorno della memoria, per evitare “incidenti” diplomatici con Israele.

È stato lei a imporre l’aumento del contratto di Ovadia da 40 a 100mila euro l’anno, più appartamento?


«No, e la cena a casa mia con Ovadia e l’assessore Gulinelli, tra gli altri, di cui parla Mistri, era stata chiesta proprio da Resca per parlare di questioni di cultura e teatro. Non si è parlato assolutamente di soldi, come dice Mistri, e per questo lo querelerò, ci sono anche registrazioni dei dialoghi a tavola su ebrei, Israele, progressisti e conservatori. La decisione sul compenso del direttore è stata presa dal sindaco Fabbri, unico socio della Fondazione».

Resca non era d’accordo su di un impegno finanziario così pesante?

«Pensiamo che l’attuale direttore Marino Pedroni prende 88mila euro l’anno, e che la cifra chiesta per Ovadia è in linea con quelle degli altri direttori di teatri del livello del Comunale, come lui stesso ha detto. Ma non è nemmeno questa la motivazione principale dell’allontanamento del presidente».

Ci può spiegare, allora?

«Bisogna fare una premessa. Resca è stato scelto da me: ferrarese, area centrodestra e manager esperto, mi sembrava una buona opportunità per il Teatro, volendo dividere il ruolo di presidente da quello di sindaco. E gli riconosco presenza e capacità di lavoro anche in questa esperienza. Dopo la nomina non mi sono più occupato del Comunale, fino a quando, nel novembre scorso, mi chiama lo stesso Resca, per chiedermi di risolvere un suo problema di rapporti con il coadiutore artistico Marcello Corvino (vicino a Sgarbi, ndr). Poiché stava andando in pensione Pedroni, gli trovo la soluzione: Moni Ovadia direttore generale. Ne parliamo la sera dello spettacolo di Baricco, lui mi confessa di non sapere chi fosse. In seguito dà l’assenso, e prepariamo l’annuncio con la conferenza stampa dell’11 dicembre, per cui il Cda della nomina viene fissato la sera del 10 dicembre».

Sì, ma il Cda ha dubbi sulla possibilità di nominare senza concorso, e propone i 40mila euro più appartamento per un solo anno.

«Come si fa a mettere in gara una personalità come Ovadia? Tra l’altro l’articolo 15 dello Statuto della Fondazione dice esplicitamente che è il Cda a nominare il direttore su proposta del presidente. E del resto io a Ferrara Arte ho nominato direttore Pietro Di Natale, e Francesco Micheli come presidente di Ferrara Musica ha scelto a sua volta Enzo Restagno. La verità è che Resca un direttore amministrativo l’aveva già nominato l’anno scorso, Andrea Carletti, e si era tenuto per sé la direzione artistica, coadiuvato da Corvino».

Perché allora dice che la rottura non si è consumata su questi aspetti?

«La nomina di Ovadia ha suscitato reazioni negative nella parte di comunità ebraica più legata ad Israele, e telefonate sono arrivate allo stesso Salvini. Fabbri e Gulinelli sono però andati avanti, organizzando anche lo spettacolo sul Giorno della memoria con Augias (registrato il 12 gennaio, sarà trasmesso il 27, ndr). E qui nasce il problema: pochi giorni prima Resca manda una mail a Gulinelli chiedendo di conoscere in anticipo il testo di Ovadia, in particolare per quanto riguarda riferimenti alla politica di Israele. Una cosa assurda, gravissima da parte del presidente di un Teatro».

Dimissioni quindi “obbligate”?

«Fabbri e Gulinelli hanno reagito duramente, come del resto Corvino. Non si poteva fare altrimenti». —

Stefano Ciervo