Coronavirus. Il medico e la terapia intensiva a Ferrara: «Lavoro duro e tanta empatia»

Valentina Tolio, 34 anni

Valentina Tolio, specializzanda, 34 anni, è in servizio all'ospedale Sant'Anna Anna da marzo. Racconta l’impegno per l’emergenza e i momenti più difficili della professione

FERRARA. Rodigina, 34 anni, laureata in Medicina e Chirurgia a Ferrara, specializzanda all’ultimo anno di corso, Valentina Tolio presta servizio dal marzo scorso nel reparto di Anestesia e Rianimazione universitaria di Ferrara, che attualmente gestisce la terapia intensiva Covid del Sant’Anna. Assunta con contratto libero-professionale, racconta il suo “svezzamento” professionale «accelerato dall’emergenza sanitaria, sempre comunque sotto la supervisione dei professionisti che ci stanno formando dall’inizio».

Fra poco acquisirà la specializzazione, quale motivazione l’ha guidata in questa scelta?


«Diventare medico era il mio sogno da ragazzina e sono riuscita a realizzarlo. Appena laureata ho lavorato in un pronto soccorso di un ospedale in Veneto e lì mi sono innamorata dell’emergenza. È stata una scelta coscienziosa e mossa dalla passione».

Che differenza c’é tra lavorare in un reparto di rianimazione Covid e in un reparto non-Covid?

«Il rischio infettivo caratterizza questa professione da sempre, la protezione di noi stessi e dei pazienti ci viene insegnata dal primo giorno. Ma in questa situazione così particolare è molto difficile, ad esempio, eseguire manovre invasive e delicate con due-tre paia di guanti, visiere facilmente appannabili e tute che rallentano i movimenti. Senza trascurare la paura di infettare noi stessi e i nostri familiari, lavorando a stretto contatto con la principale via di trasmissione del virus, ovvero la via aerea».

Si può sintetizzare una giornata tipo in reparto?

«Non esiste la giornata tipo, esistono turni composti da 12 ore diurne o notturne, turni di mezza giornata e turni di reperibilità. Ma succede spesso di dover essere elastici con l’orario di servizio. Il nostro fisico e la nostra mente sono messi a dura prova».

Quale rapporto si crea con pazienti che non sempre sono coscienti? E con i loro familiari?

«In epoca ante-Covid la terapia intensiva era open e i familiari potevano visitare i degenti secondo un orario stabilito. Ora tutto è cambiato, i tablet sono diventati fondamentali per permettere ai pazienti coscienti di interagire con i lori cari. Per chi non è cosciente, invece, il tramite siamo noi. Questi pazienti sono dipendenti in toto e ininterrottamente dalle nostre cure, dobbiamo sopperire e sostenere ogni loro funzione vitale, dal respiro alla nutrizione».

Come ci si prepara a dare ai familiari, quando purtroppo è necessario, la notizia più brutta?

«Nessuno ci supporta nel dare questo genere di notizie, che giungono dopo un lungo calvario. Tutto dipende da noi, dalla nostra formazione emotiva e dalla nostra empatia. Osserviamo i nostri colleghi più esperti in quello che credo essere il compito più complesso e delicato che ci viene affidato».

La scelta di entrare in reparto interferisce, e come, con i tempi del corso di specializzazione?

«Nel momento più buio, a noi specializzandi del quarto e quinto anno è sembrato naturale non abbandonare la nave, nonostante le paure e il sacrificio dell’ultima parte della nostra formazione, che è stata accantonata ma non rallentata. Ci siamo fatti forza a vicenda, ho dei colleghi meravigliosi e senza di loro sarebbe stata durissima».

Perché ha scelto l’azienda ospedaliera e l’Università di Ferrara?

«Laurearmi a Ferrara mi permetteva di non allontanarmi troppo da casa, e per la specializzazione è stata la mia prima scelta. Se tornassi indietro non cambierei nulla».

Cosa le ha insegnato concretamente il lavoro in reparto che non si trova sui libri o nelle lezioni del corso?

«Ho imparato moltissimo. Ad affinare l’intuito, a prendere decisioni molto velocemente, a porre attenzione ai dettagli, ad essere più empatica, precisa e metodica, a relazionarmi con molteplici figure professionali, a gestire lo stress. Nulla di tutto ciò è sui libri, senza i quali, però, nulla sarebbe stato possibile».

Consiglierebbe questo lavoro a un giovane studente? Oggi mancano molti medici in diverse specialità ma nelle aziende sanitarie è ancora presente parecchio precariato.

«Posso dare consigli sul colore di una t-shirt ma non su come impiegare più di metà della propria vita. Ma posso descriverglielo questo mestiere: è affascinante, è faticoso, rischioso, meraviglioso, gratificante ed estenuante e – cosa più importante -– è insostituibile». —

Gioele Caccia

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