Filmati, identificati, intercettati Spacciatori “spiati” in diretta

Ieri ricostruite in tribunale le fasi dell’inchiesta “Wall Street” che ha portato a decine di arresti e indagati fra nigeriani «I giardini piazza di spaccio»

«I giardini del grattacielo erano una piazza di spaccio, lo sapevano anche le pietre», spiega il testimone chiamato a raccontare in tribunale come acquistò nel 2018 i due grammi di marijuana che gli furono sequestrati dalla polizia. Lui non lo sapeva, ma comprando quella dose ha contribuito a comporre l’ennesimo tassello dell’operazione “Wall Street”, andata a segno due anni fa con 12 misure di custodia cautelare, 16 divieti di dimora e una lunga scia di indagati. Il processo è in corso a Ferrara, il quadro dell’inchiesta che ha smantellato un fitto giro di spaccio condotto da immigrati nigeriani, è stato ricostruito ieri dal vicecommissario di polizia Luca Sita, responsabile dell’Antidroga della Squadra mobile, all’epoca diretta dal vicequestore aggiunto Andrea Crucianelli. Gli agenti operarono sotto copertura, in collaborazione con gli ispettori dello Sco e con l’autorizzazione della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga. Sita, rispondendo alle domande del pubblico ministero, Andrea Maggioni, ha indicato i due cardini sui quali si è appoggiata l’inchiesta: le registrazioni video raccolte da cinque telecamere installate in corso Porta Po, viale Costituzione, piazzetta Toti, via Felisatti e piazzale Stazione, e le intercettazioni telefoniche. Un’attività di indagine proseguita per mesi, tra aprile e giugno 2018, con l’ausilio delle riprese filmate, e proseguita, tra giugno e novembre, con il controllo del traffico dei cellulari utilizzati dai pusher.

Le osservazioni hanno documentato decine di episodi di spaccio (eroina, cocaina, marijuana) con 21 arresti differiti, cioè eseguiti non in flagranza per evitare di compromettere le indagini, e 42 arrestati. Otto gli agenti sotto copertura, che si sono anche proposti come assuntori mentre la cessione delo stupefacente veniva immortalata dalle telecamere, con le immagini di chi aveva trasformato un intero settore della zona Gad in un affollato crocevia per spacciatori e assuntori. Per “blindare” le riprese si usava, nell’imminenza dei fatti, l’identificazione dei soggetti che avevano appena acquistato la droga e di chi l’aveva venduta. Per questa attività, per i soli controlli di identità, ha collaborato l’esercito. Come è stato evidenziato nell’udienza di ieri molti dei soggetti ripresi non avevano capito che l’identificazione non era un’attività di routine, ma era collegata all’inchiesta. Le persone venivano fermate dopo l’atto di cessione (filmato) e portate in questura, lì venivano identificate e la droga sequestrata. Le intercettazioni hanno poi consentito di acquisire altre informazioni sui rapporti tra gli spacciatori e i livelli superiori.


“Wall Street” è stata seguita da un’altra inchiesta (Border) nata da una costola del filone principale: altri arresti, uno dei quali per evitare la fuga di uno dei protagonisti dello spaccio. Uno spaccato di delinquenza comune e improvvisata, niente a che fare in questo caso con la mafia nigeriana. —

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