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Copparo. Una svolta per la Berco: «Ora basta dismissioni»

Dopo gli scioperi autunnali, le relazioni sindacali sono tornate alla normalità. I dipendenti reclamano investimenti: «Altrimenti la competitività è a rischio» 

COPPARO. In Berco difficile dimenticare quei sette giorni consecutivi di sciopero che, tra settembre e ottobre, squassarono un po’ tutto. «È stato il momento più alto di tensione dal 2013, l’anno della ristrutturazione Morselli – ricorda Alberto Finessi, dipendente della fabbrica copparese dal 1993 e poi delegato sindacale –. È servito a fare a cornate per assicurare un po’ di rispetto ai lavoratori. La dirigenza si era illusa di fare come voleva, poi la situazione è cambiata».

Dalla contesa sul contratto integrativo aziendale alla firma sull’accordo ponte in cui è stato previsto il mantenimento delle condizioni contrattuali fino al 30 settembre 2022. Poi l’intesa sul premio di risultato dello scorso dicembre, cui hanno detto sì tramite referendum il 91% dei dipendenti. È stato un tornante decisivo quello degli ultimi mesi nello stabilimento specializzato nella produzione di componenti per sottocarri (per esempio i cingolati). Ora però si guarda avanti, inevitabilmente.


Verso la ripresa

«Ora i rapporti sono distesi – spiega Finessi – per due anni e mezzo in pratica non ci sono state relazioni industriali, ai tavoli l’azienda si faceva rappresentare da consulenti. Mi pare finalmente si sia capito che il primo patrimonio dell’azienda sono i lavoratori».

Le linee produttive alla Berco, al netto dello sciopero autunnale, non si sono in pratica mai fermate anche durante la fase più acuta dell’emergenza coronavirus, durante la scorsa primavera. Sui mercati arrivano notizie che lasciano ben sperare. «Pare sia girato un po’ il vento, gli ordini sono in arrivo, specie da quello americano. Speriamo non si tratti semplicemente di un effetto rimbalzo rispetto al periodo in cui era tutto fermo: lo valuteremo meglio tra qualche mese», nota Finessi il quale rimarca tuttavia come si sia vicini alla fine del periodo di cassa integrazione, tranne quella Covid.

Il gruppo tedesco

La Berco è parte del gruppo multinazionale a base tedesca ThyssenKrupp, che è da tempo in sofferenza. Anche se gli ultimi dati fanno segnare un leggero miglioramento: nell’ultimo trimestre 2020 perdita netta di 145 milioni di euro, contro i -372 milioni nello stesso periodo del 2019. «La casa madre ci sta supportando, ma è chiaro che qui siamo arrivati all’osso: sotto non possiamo più andare», dice Finessi.

Una volta in 2.500

I dipendenti attuali sono 1.350, decisamente lontanissimi dai 2.500 di 15 anni fa. Quando la produzione era di 250mila tonnellate annue, ora siamo a 100-120mila. Il potenziale produttivo è sui 180-190mila. «Nel corso degli ultimi anni – dice Johnny Cazzanti – sono stati chiusi e demoliti molti capannoni, razionalizzati diversi reparti: speriamo che sia terminata la fase di queste dismissioni». I lavoratori reclamano nuovi investimenti: «Buona parte degli impianti – aggiungono – sono obsoleti, è molto complicato essere competitivi in questo modo. È fondamentale un rinnovamento tecnologico. E sulle esternalizzazioni vogliamo monitorare». —

Fabio Terminali

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