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Renazzo, il figlio dopo la tragedia: «Papà girava a vuoto. Il Covid gli ha tolto i clienti»

Parla il figlio dell’imprenditore suicida nel capannone della sua azienda. L’appello di Andrea Borghi a chi è in crisi e non sa come affrontarla: «Parlate»

RENAZZO. «Lui non ha retto il colpo e ha deciso di andare in quel modo lì...». Sono parole pesanti, intrise di dolore, scandite poco alla volta, per non dirne una di troppo o, peggio, una sbagliata. Perché quel “lui” è Riccardo Borghi, l’uomo che martedì mattina si è tolto la vita nel capannone della sua ditta, e a pronunciarle, con tutta la fatica che si può ben immaginare e che abbiamo colto per intero durante il breve e intensissimo colloquio telefonico, è suo figlio Andrea.

Sì, Andrea, il presidente dell’associazione carnevalesca Fantasti100, uno abituato a prendere il microfono e parlare, non solo con lo spirito allegro del carrista, ma anche con quello di chi ha una responsabilità e deve affrontare un mondo come quello del Carnevale d’Europa - sì, anche quello e non da oggi - che impone di destreggiarsi fra le più disparate difficoltà e tante opinioni. Ieri per Andrea era il giorno dopo la morte di suo padre, una fine arrivata per decisione, sì, ma forse non per scelta: Riccardo, 65 anni, l’ha fatta finita all’interno di quella stessa azienda che non riusciva più a mandare avanti, stretto nella morsa della crisi.

Azienda in dissesto, centese si toglie la vita

L’ULTIMA DIFFICOLTÀ

«Posso capire che è il vostro lavoro - riprende Andrea -, ma ci tengo a evitare che vengano scritte cose inesatte...». Il momento è delicato, molto delicato, e l’approccio al telefono è prudente, per usare un eufemismo. Eppure si fa forza Andrea e, pur soppesando ogni parola, pronunciandole con il contagocce, concede qualche pensiero in memoria del papà: «Per noi il problema principale, lavorando con ristoranti e pizzerie, è che con la pandemia i locali sono stati aperti a singhiozzo, più chiusi: il problema è quello. Poi, lo Stato non ha aiutato per niente...».

Già, commerciare in legna e carbone quando i forni rimangono spenti... Eppure nei mesi scorsi qualcosa era previsto a sostegno anche di queste attività: «A me - riprende Andrea - erano arrivate le due rate dell’Inps da 600 euro (i contributi concessi alle partite Iva, ndr). All’azienda, invece, con il codice Ateco che consentiva a mio padre di circolare e, quindi, di andare a rifornire i clienti, non spettava niente: ma se era tutto chiuso, cosa se ne faceva di poter circolare?».

Domanda retorica più che legittima, per altro pronunciata con rassegnazione, perché ormai è tardi per porre il problema, almeno per lui. Il punto è che il mondo imprenditoriale ha mille sfaccettature e talvolta, se non spesso, i provvedimenti per cercare di non fermare l’economia in tempi di coronavirus non hanno tenuto conto delle filiere e dei loro anelli mancanti o punti d’approdo chiusi o semi-chiusi.

IL TERREMOTO

Per giunta, quella del covid non è stata l’unica crisi che l’azienda della famiglia Borghi ha dovuto affrontare, essendo stata pesantemente colpita dal terremoto del 2012, tanto da abbandonare la vecchia sede, per ripartire da quella attuale: «Sì, ci era crollata l’attività - riprende Andrea -, ma dopo il terremoto si rimaneva a galla, anche se i sacrifici sono stati fatti. Questa pandemia ha dato il colpo di grazia».

In senso letterale nel caso del papà Riccardo, che non ha retto il colpo, sopraffatto dalle difficoltà economiche in cui si era ritrovato. Eppure, anche in queste circostanze, un senso alla morte bisogna trovarlo, un significato a quel gesto irreparabilearsi in una situazione analoga: «Non so se riuscirò a darmelo - ammette Andrea -, ma a chi è in difficoltà, come lo era mio padre, dico parlate, posso solo dire di parlare. Ecco, voglio concludere così». —

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