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Lagosanto, il Covid-19 morde più di un anno fa: aumenta il rischio tra i pazienti gravi

La lotta al virus nel reparto intensivo dell’ospedale del Delta. I pazienti assistiti raddoppiati rispetto alla prima ondata

Coronavirus, la lotta nel reparto intensivo dell'Ospedale del Delta

LAGOSANTO. A distanza di un anno, «stiamo ancora rincorrendo la malattia». Il dottor Erminio Righini, responsabile dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale del Delta riassume così l’andamento di questa seconda-terza ondata, che non è cambiata solo nei numeri: durante i mesi più critici della prima fase, all’ospedale di Lagosanto sono stati assistiti in Terapia Intensiva circa 20-25 pazienti, oggi sono già il doppio e il flusso dei ricoveri non si ferma: sempre al completo i dieci letti intensivi e i nove semintensivi Covid.

I RICOVERATI

Una base più ampia di degenti gravi ha portato anche a un innalzamento della mortalità, passata dal 30 al 40 per cento. L’età media dei pazienti attualmente ricoverati nel reparto intensivo si è abbassata di dieci-quindici anni rispetto al primo lockdown, e se un anno fa era il Ferrarese ad accogliere pazienti da altri territori più colpiti dalla pandemia, «oggi Cento è la nuova Piacenza», e altre strutture dell’Area Vasta, a cominciare da Bentivoglio e dal Maggiore di Bologna, vengono ora in aiuto degli ospedali ferraresi sempre più sotto pressione. «La situazione epidemiologica è diversa rispetto all’anno scorso; oggi metà dei pazienti in Terapia Intensiva proviene dal Centese, il resto da Ferrara, mentre nella prima fase i pazienti provenivano soprattutto da Piacenza, Modena e Bologna», continua Righini facendo il punto della situazione all’ospedale di Lagosanto insieme al dirigente del distretto Sud Est dell’Asl, Roberto Bentivegna, al dirigente medico di presidio Valeria Baccello e alla responsabile dell’area infermieristica Rita Sfargeri.

LE CURE

A fine febbraio del 2020 le strutture sanitarie si erano trovate all’improvviso di fronte a un nemico imprevedibile, che rendeva impossibile ogni programmazione. E in buona parte, sottolineano i dirigenti, è ancora così. I 6 posti Covid iniziali di terapia intensiva del Delta sono aumentati prima a 8 e poi a 10, e sono stati subito tutti occupati: «Il problema è la mancanza di una cura per i malati Covid - continua Righini - L’efficacia di farmaci che in passato avevano dato speranze, come l’idrossiclorochina, è stata smentita; in terapia intensiva si ricorre essenzialmente al cortisone per cercare di accorciare la degenza dei malati intubati, che dura in media due-tre settimane. E dobbiamo guadagnare tempo, per dare ai malati il tempo di guarire».

Ai ricoverati vengono poi fornite terapie di supporto, come l’assistenza ventilatoria sulla base della gravità dell’insufficienza respiratoria, la prono supinazione (i degenti vengono posti a pancia in giù per facilitare la respirazione) e tutta l’assistenza necessaria a scongiurare gli effetti legati all’allettamento: «I pazienti, che si trovano sotto sedazione, devono essere nutriti, mobilizzati per prevenire infezioni, e si deve intervenire a supporto di insufficienze d’organo, non solo respiratorie, che possono subentrare: tromboembolie, sanguinamenti, insufficienze renali. Al momento - spiega ancora il responsabile di Anestesia e Rianimazione - abbiamo due pazienti con problemi cardiaci e un dializzato».

CANALI COMUNICANTI

Sempre al completo i dieci posti intensivi e i nove semintensivi del Delta, con una rotazione però costante e piuttosto rapida, al punto che i dieci ricoverati attuali - che hanno un’età compresa tra i 54 e i 70 anni - «non sono più gli stessi della settimana scorsa».

Un ruolo fondamentale, nella gestione dei pazienti in entrata e in uscita dalla Terapia Intensiva, viene svolto dal reparto Semintensivo, coordinato non da anestesisti ma da professionisti del Pronto soccorso e della Medicina d’urgenza. «L’anno scorso la costituzione di questo nucleo preziosissimo era avvenuta in modo convulso ed eterogeneo, ora c’è stata maggiore evoluzione - spiega ancora Righini - ma in entrambi i casi è stata un’esperienza eccezionale. È un reparto per molti aspetti ancora più complesso, perché assiste pazienti coscienti, ed è strategico nella gestione di situazioni intermedie: i reparti intensivi e semintensivi sono canali comunicanti nelle delicate fasi del ricovero e delle dimissione di pazienti critici».

L’effetto-vaccinazioni, però, si sta facendo evidente, con un crollo di ricoveri di persone anziane e di ospiti delle Rsa. Al tempo stesso sono in aumento i contagi familiari, anche con conseguenze gravi: «Non è raro ricoverare pazienti di una stessa famiglia - conclude Righini - Al momento ci sono marito e moglie in terapia intensiva: un paziente al Delta e l’altro a Cona». —

Alessandra Mura

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