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Ferrara, infarto e paura del contagio: meno accessi all’ospedale

Nei primi sei mesi del 2020 calo del 15 per cento al pronto soccorso di Cona. L’appello dei medici: il presidio è sicuro, in caso di sintomi chiamate il 118

FERRARA. Durante la pandemia il numero di accessi in ospedale si è ridotto (annualmente la rete per l’infarto della provincia di Ferrara gestisce oltre mille casi di infarto ma nel 2020 il numero complessivo di casi era 900 con un calo a marzo e aprile del 15%); la mortalità per infarto però non si è modificata (i pazienti con la forma più grave di infarto hanno continuato a essere trattati con l’angioplastica primaria e ricoverati in Unità Operativa di Terapia Intensiva Coronarica e i casi meno gravi sono stati sottoposti a coronarografia ed eventuale angioplastica coronarica entro le 24-48 ore previste dalle linee guida internazionali e dai protocolli istituzionali).

I risultati dello studio condotto dalle Cardiologie degli ospedali di Cona e Maggiore di Bologna, che ha analizzato i dati relativi all’infarto in periodo di pandemia nelle strutture ospedaliere di tutta l’Emilia Romagna, dicono in definitiva che «la rete cardiologica per l’infarto a livello regionale e provinciale ha tenuto e chi ha dato l’allarme è stato trattato nei tempi dovuti – afferma il direttore della cardiologia del Sant’Anna, Gabriele Guardigli – non bisogna quindi temere l’ospedale in un momento come questo, ma a fronte della sintomatologia dell’infarto (dolore toracico prolungato accompagnato da sudorazione e fatica a respirare) bisogna allertare il 118 e non temere di arrivare perché a Cona i percorsi per questo tipo di pazienti sono protetti».


Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Lancet a cura di Gianluca Campo (Cardiologia Ferrara) e Gianni Casella (ospedale Maggiore di Bologna, «si è focalizzato sui dati dei primi sei mesi del 2020 confrontati con lo storico degli anni dal 2017 al 2019 – racconta Campo – Abbiamo ottenuto tre informazioni principali: la pandemia ha alterato l’abitudine delle persone di recarsi in ospedale e di chiamare il 118 in caso di sintomi di infarto (nella provincia di Ferrara la riduzione è stata del 15% su una media regionale del 20%); in Emilia Romagna gli infarti ospedalizzati hanno avuto la stessa mortalità che avevano nel 2017, 2018 e 2019; e pensiamo che qualcuno ha avuto le conseguenze negative dell’infarto, è cioè deceduto a domicilio, perché non è arrivato in ospedale» . E siccome ancora oggi i pazienti tendono a ritardare l’ospedalizzazione che avviene, dicono i cardiologi, circa quattro ore dopo l’inizio dei sintomi (pre pandemia le ore erano la metà), c’è ancora la «necessità di spronare la popolazione, di fronte a sintomi, a recarsi in ospedale e allertare il 118 che, per le patologie tempo dipendenti, è l’unico triage efficace» dice Campo. I percorsi in ospedale, precisa Elda Longhitano (direttore sanitario del S.Anna), sono separati: «le cure vengono erogate nel reparto specifico mantenuto free, con uno spazio distinto per il paziente covid o sospetto con sindrome coronarica acuta. All’ingresso in ospedale poi, in caso di ricovero, viene fatto uno screening per accertare o meno la presenza del covid. Screening ripetuto periodicamente durante la degenza». —

Giovanna Corrieri

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