«Sono stata stuprata ma nessuno mi credeva».  Ora riaperte le indagini

La storia di Margherita abusata dall’ex compagno, umiliata da chi aveva indagato: «La mia parola non aveva contato nulla». Ha trovato forza per chiedere giustizia e grazie alla Nuova Ferrara e al Tirreno adesso i giudici hanno oridnato nuove indagini sul suo caso che era stato archiviato 

FERRARA - Una cosa così non si può raccontare a chiunque»: la “cosa così” di Margherita (il nome è di finzione, per tutelare la vittima) è la violenza sessuale. Il compagno che le strappa i capelli, la costringe a un rapporto orale, mentre la picchia e le urla: «Sei una puttana e le puttane si trattano così». Non c’è solo la vergogna a frenare Margherita. C’è la paura. Di lui. Di non essere creduta. E di scoprire di avere ragione. Si avvera tutto. Lui le fa del male. I carabinieri del paese non le credono. La magistratura neppure.
Non circostanziate
Il 24 marzo 2017 la pm chiede l’archiviazione della denuncia (contro il compagno) per violenza sessuale. Parole che bruciano la carta: «Le dichiarazioni della querelante non risultano circostanziate... anche in considerazione della natura della convivenza fra le parti come riferito dai carabinieri, da sempre travagliata e caratterizzata da continue liti e discussioni». Insomma, siccome la coppia è litigiosa – a detta dei carabinieri locali – lui non può averla stuprata. E così la procura di Ferrara archivia. A insaputa di Margherita. Che quattro anni dopo ottiene la sua rivincita: fa riaprire le indagini.

Proprio così. L’archiviazione a insaputa della vittima non è legale. Lo denunciano mesi fa Il Tirreno e La Nuova Ferrara. Margherita, vittima di maltrattamenti e stalking da parte dell’ex compagno (già condannato in primo grado per violenze sulla donna) non vuole subire anche questo affronto. Già è costretta a vivere da anni in una località nascosta, in Toscana, con un’identità che non è la sua, per evitare che lui la rintracci. E magari la ammazzi. Quindi, Margherita impugna l’archiviazione della denuncia per violenza sessuale. Produce una memoria, chiede che vengano acquisite prove e testimonianze. Compresa quella dei carabinieri di un’altra stazione che, a differenza di quelli del paese, le credono. «Io non sono mai stata sentita», denuncia. Il giudice per le udienze preliminari, il 17 marzo 2021 decide che ci sono gli estremi per riaprire il procedimento: in particolare – ordina il magistrato – è necessario acquisire la testimonianza del maresciallo dei carabinieri al quale Margherita si rivolse il giorno dopo la (presunta) violenza, diverso dai carabinieri chi si presentarono il giorno stesso dello stupro a casa della coppia. Soprattutto il magistrato chiede che Margherita possa fornire la propria versione dei fatti. E così rimanda tutto il fascicolo al «pm procedente».
Insomma si ricomincia. E si riparte dalle parole di Margherita. Le foto agli atti ci sono già. La porta sfondata a calci. I capelli strappati e abbandonati sul letto. Quattro anni fa non erano bastate.
Mai testimoni
«Nelle violenze sessuali non ci sono mai testimoni: è sempre la tua parola contro la sua. E quella delle forze dell’ordine. La mia non aveva contato nulla», esordisce Margherita. Eppure, dopo lo stupro cerca di chiedere aiuto: «Ero riuscita a chiudermi a chiave a in camera. Avevo chiamato i carabinieri della stazione locale. Gridavo che ero terrorizzata, che lui tentata di sfondare la porta. Batteva contro la porta e mi gridava: “Chiamali pure i tuoi amici carabinieri. Tanto non ti salva nessuno. Ieri sono venuti e non mi hanno fatto nulla”». Infatti se n’erano andati: risolvete da soli queste “beghe” familiari.
Così il terrore di Margherita dura due notti e un giorno. Tutte ore in balia del violento. Inizia la notte prima dello stupro. Scoppia un litigio. La casa è piccola. C’è una sola camera e un letto solo. Non esiste neppure un divano.
Quel pericolo
«Quando siamo andati a dormire, mi sono raggomitolata dalla mia parte. Lui ha tentato un approccio. L’ho respinto. Non sono quasi riuscita a dormire». Margherita fiuta il pericolo. «La mattina non si è arreso. Mi ha preso con la forza. Mi ha picchiata. Tanti schiaffi, mi ha preso per i capelli e mi ha costretto a un rapporto orale. Quando sono riuscita a liberarmi sono scappata in bagno. Non so per quanto tempo ho continuato a lavarmi i denti e a vomitare. Un ciclo continuo. Lavarmi i denti e vomitare, non finivo più. Avevo addosso una sensazione di sporco che non si poteva lavare. Lui era di là, come se nulla fosse accaduto. Ho aspettato un’ora, forse di più: quando ho sentito che non c’erano più movimenti, mi sono rintanata in camera».
Margherita, però, ancora non è al sicuro. «Io ero in camera è vero, ma ero senza telefono. Il cellulare era nella borsa, al piano di sotto. Dove lui stava frugando. Lo sentivo. Ha aperto il portafoglio, mi ha anche preso i pochi soldi contanti che ci avevo lasciato. Ci lasciavo poco perché lui rubava sempre i soldi per andarseli a bere». A un certo punto l’ex compagno esce. È sottoposto all’obbligo di firma come indagato per un’indagine di furto. Deve andare in caserma. Margherita trattiene il respiro. Ascolta il silenzio. Non sa per quanto. Poi si precipita giù dalle scale. Afferra la borsa. Afferra anche gli animali – cani e gatti – e li porta in camera. Di nuovo si chiude a chiave, si nasconde sotto il letto. Poi chiama i carabinieri. «Aiuto, il mio compagno mi ha stuprata». Arriva una pattuglia locale. Rientra anche lui. «I carabinieri locali mi ascoltano. Poi parlano con lui: li porta in disparte e dice che sono io ad averlo aggredito. I militari tornano da me e concludono: “Signora, questo non è uno stupro. Queste sono beghe familiari”».
Se ne vanno e la lasciano sola. Margherita scappa. Chiude la porta di casa a chiave. Lui la sfonda a calci. Lei si rifugia in camera. Si rinchiude. La calma è solo apparente. Lui dorme su una poltrona al piano di sotto. La mattina sembra ignorarla. Armeggia in garage. Margherita approfitta di quando lui esce di casa per chiamare, di nuovo, i carabinieri. Non quelli locali. Ma di una stazione vicina, che già erano intervenuti per altri episodi di maltrattamenti: «Mi ha stuprata. Per favore aiutatemi».
Finalmente è creduta
Questa volta viene creduta. Anche se lui, sentendola parlare al telefono, tenta di sfondare la porta a spallate. «Cerchi di resistere. Veniamo. Facciamo in modo di mandarlo via. Gli facciamo spostare l’obbligo di firma in Toscana». Così accade. “E’ grazie a questi carabinieri che mi sono salvata. Che non sono uscita da quella casa in un sacco da cadavere. Per me quei carabinieri sono angeli con la divisa. E credo che siano la maggior parte i carabinieri con questa sensibilità: è grazie a professionisti come loro che mi sono decisa a denunciare. A espormi”.
Infatti Margherita presenta anche la denuncia per violenza sessuale. Ma poi si deve nascondere. Le riesce bene, evidentemente. La giustizia, infatti, sostiene di non averle notificato l’archiviazione della denuncia perché non l’ha trovata. Anche se aveva i suoi recapiti. In compenso, lei ha trovato il decreto di archiviazione. Bastava cercarlo. —
Ilaria Bonuccelli
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