Ferrara. Una maxi frode fiscale con le finte cooperative: imprenditori condannati

Bilal El Mangar

Stangati El Mangar e moglie a capo di un colosso di imprese. L’inchiesta aveva innescato il sequestro da 22 milioni di euro

FERRARA. Il processo di primo grado a Ferrara risale al 2016: allora fu una stangata di quasi sette anni di condanna per la coppia di imprenditori Bilal El Mangar e la moglie Souad Mochrik, di origini marocchine ma ferraresi di adozione, poi accusati di frode fiscale per 22 milioni e mezzo, per cui ancora oggi, dopo tutti questi anni è pendente la decisione del tribunale di Ferrara in merito al sequestro dei beni (vedi scheda a fianco).

Prescrizioni


Per quel processo che si era perso nella Corte d’appello, finalmente è arrivata la conclusione: i giudici hanno deciso la prescrizione di tutti i reati di frode fiscale, ma hanno riconosciuto l’associazione a delinquere finalizzata appunto a queste frodi, per la coppia di imprenditori e altri tre imputati: Bilal e la moglie sono stati condannati a 3 anni e mezzo di carcere, contro i 6 anni e 9 mesi del processo di primo grado, perchè i giudici hanno riqualificato le accuse accorpando due associazioni a delinquere in una sola. Pene ridotte anche per gli altri imputati Danilo Piccinini, Benissa El Moujahdi e Samir El Mangar condannati a pene dai 2 anni ai 3 anni rispetto ai 3 e 3 ani e mezzo di primo grado. Una vicenda che da un decennio riempie pagine di inchieste e carte processuali, con verifiche di Finanza e procura contro il Consorzio guidato dalla coppia e dai loro collaboratori. Dal 2010 in poi, il Consorzio raggruppava una ventina di cooperative, settore logistica e trasporti, diventando un colosso e impiegando quasi 2.000 persone in tutta la regione e oltre. Per procura e finanza, il Consorzio era il vertice di un sistema che raggruppava finte coop, imprese di comodo create per raggirare il fisco ed aggirare i versamenti dell'Iva.

Sistema per evadere

Due i Consorzi coinvolti, Cirsi con sedi a Cento e Ferrara e Lord a Mazara del Vallo, a Trapani: acquisivano gli appalti per grandi catene dei trasporti (uniti per essere concorrenti) e, secondo l’accusa, non pagavano imposte, facendo gestire le coop a prestanome. Tesi sempre respinta dalla difesa, (avvocato Longobucco): «Esistevano sedi legali e imprese operative, quella che l'accusa considerava una "relazione" illecita tra società e consorzi era regolare nel mondo di questi appalti. Leggeremo le motivazioni e valuteremo ricorso». —

Daniele Predieri

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