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Copparese avvelenato in un parcheggio. Dai farmaci con la birra all’alibi ferrarese

Vito Balboni, 63 anni

Vito Balboni fu trovato morto in un’auto a Granarolo. La ricostruzione dell’accusa alla coppia condannata per omicidio 

COPPARO. È stato uno degli omicidi più assurdi avvenuti negli ultimi anni, la vittima il copparese Vito Balboni, trovato morto in un parcheggio in via Cadriano a Granarolo, in provincia di Bologna, dove a sua volta abitava da anni con la moglie e la figlia giovanissima. Un omicidio per il quale gli allora fidanzati Rita di Majo e Claudio Furlan (si sono sposati in carcere due mesi dopo la tragedia) sono stati condannati rispettivamente a 14 e 12 anni di carcere, con tre anni aggiuntivi di libertà vigilata perché ritenuti pericolosi per la società.

Le indagini


Ebbene, dalla sentenza consegnata alcune settimane fa a Roberto Testa, l’avvocato che difendeva i familiari di Balboni, emergono particolari raccappriccianti, soprattutto in considerazione del fatto che dopo l’avvelenamento per un mix di farmaci e birra sarebbe potuto comunque essere salvato, se solo i due avvelenatori avessero segnalato l’uomo che stava male dentro l’auto nel parcheggio. Invece, la coppia a bordo di uno scooter con il bancomat di Balboni, hanno girato vari sportelli bancari per prelevare in tutto 1.900 euro, sempre con il volto coperto ma in uno dei prelievi è stata riconosciuta la donna e da lì i due sono stati individuati e alla fine denunciati per il reato.

La ricostruzione
Come si legge dalle carte della sentenza, Balboni che conosceva la coppia (con la moglie erano usciti in alcune occasioni), si è incontrato in quel parcheggio, dove bevendo un alcolico (birra) si è inconsapevolmente fatto somministrare anche due farmaci neurodepressori e dotati di effetto cardiotossico (Rivotril e Nozinan). In questo modo l’uomo ha perso i sensi e senza nessuno che lo aiutasse è morto a distanza di molte ore per un arresto cardiaco.

La scomparsa del 63enne era stata denunciata dalla moglie Roberta Bertazzani il 3 novembre, dopo che il 31 ottobre il marito aveva portato la figlia a scuola e poi non aveva dato più notizie. La donna però ha scoperto che dal 31 ottobre al 2 novembre sono stati effettuati i prelievi col bancomat, facendola bloccare dalla banca. E sempre la moglie, con la conferma del proprio medico, ha sottolineato come il marito avesse abitudini di vita regolari e non assumesse alcun tipo di medicinale.

Oltre a uno dei prelievi che hanno portato i carabinieri a riconoscere la donna e poi il mezzo di Furlan (con l’uomo che aveva il codice Pin digitato in una mano), a tradire la coppia sono state anche le intercettazioni telefoniche, cominciate dalle ore precedenti l’incontro nel parcheggio e proseguite nei giorni successivi. Fra l’altro, Di Majo e Furlan il precedente 25 settembre avevano denunciato ai carabinieri di Granarolo un’estorsione subita dall’uomo da parte di una donna di origine slava.

I messaggi

Fra l’altro, i due in una telefonata commentano il fatto che Antonietta Di Giacomo, figlia dell’omicida, durante la perquisizione dei carabinieri aveva mandato un messaggio alla madre informandola della morte di Balboni e ironizzando sul fatto che aveva risposto ai militari di non sapere nulla in merito, ma se questi avessero visto il cellulare durante la perquisizione e letto tali messaggi sarebbe finita in una situazione difficile. C’è poi un legame con Ferrara, infatti Di Majo oltre a cancellare dall’applicazione Google Maps gli spostamenti fatti dal 1º novembre 2019, chiedeva a un amico di fornirle un alibi per quei giorni. Amico residente a Ferrara e proprio nella nostra città la donna nei giorni successivi aveva raccontato la vicenda, dicendosi convinta che Balboni fosse ancora vivo visto che l’auto non era più nel parcheggio. L’amico ferrarese ha detto durante le indagini che l’intera situazione era molto sospetta e in una telefonata successiva la stessa Di Majo gli diceva che la richiesta di alibi era uno scherzo, solo per vedere se era un amico fidato.

Nella sentenza, oltre ai tre anni aggiuntivi di libertà vigilata a entrambi, perché ritenuti “socialmente pericolosi”, c’è l’ulteriore risarcimento di 100mila euro alla moglie e alla figlia di Balboni perché “private di un sostentamento economico fondamentale” e 10mila euro ciascuno agli altri familiari del malcapitato copparese, fidatosi di due che non conosceva troppe bene. —

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