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Riaperta l’inchiesta per il crollo all’Ursa. Chiesto il processo per quattro dirigenti

L’accusa: violazione norme di sicurezza. La procura ha chiuso nuove indagini per la morte dell’operaio, 13 luglio l’udienza  

Daniele Predieri

Il vigile del fuoco è immobile, ha lo sguardo fisso su quell’ammasso di travi, coperture, impianti, cavi dove prima c’era la parte centrale del capannone. La foto pubblicata qui a fianco parla più delle migliaia di carte prodotte sulle tragedie del terremoto: perché sono passate poche ore, e lì sotto al vigile del fuoco c’è il corpo di Tarik Nouach, 29 anni, un ragazzo di origini marocchine, operaio del turno di notte, azienda Ursa di Stellata di Bondeno, un corpo martoriato da tutto ciò che si vede, che gli crollò addosso: «Politraumatismo contusivo, fratturativo, lacerativo», diranno poi i medici legali. Mentre oggi, 9 anni dopo questa foto del 20 maggio 2012, dopo inchieste, processi a Ursa, raffiche di indagati, archiviazioni e assoluzioni, si riparte da zero.


L’avvocato Tassinari

La procura cittadina, pm Isabella Cavallari, che aveva riaperto nel 2019 le indagini sulla morte di Tarik, sulla base delle testimonianze dei colleghi del turno di quella notte, e su impulso dell’avvocato Claudia Tassinari che ha rappresentato la famiglia di Tarik, ha chiuso la nuova inchiesta e chiesto il rinvio a giudizio per 4 amministratori di Ursa: presidente e membri cda e il direttore dello stabilimento bondenese. Omicidio colposo con l’aggravante della violazione delle norme di sicurezza sul lavoro e della prevenzione infortuni, l’ipotesi di reato. Per cui ha chiesto il processo che ha già avuto il visto dell’Ufficio delle indagini preliminari, fissando l’udienza in cui si discuterà di nuovo della tragedia dell’Ursa: tutti in aula, dunque, il 13 luglio prossimo, davanti al gup Carlo Negri.

Non ci sarà la famiglia di Tarik, perché la società Ursa l’ha già indennizzata e con una clausola di riservatezza il legale ha chiuso e ritirato la costituzione di parte civile.

Ci saranno ovviamente accusa e difesa. La pm Cavallari e il legale dei dirigenti Ursa, rappresentati dall’avvocato Raffaella Quintana di Roma, che alla Nuova spiegava che i dirigenti Ursa sono pronti a difendersi e dimostrare l’assoluta infondatezza delle accuse che vengono mosse (vedi articolo qui sotto), ricordando che già le posizioni degli amministratori Ursa, indagati proprio nei primi atti di 9 anni fa, furono poi tutti archiviati.

Non furono archiviati ma processati, invece, tecnici, progettisti, direttori lavori, collaudatori, costruttori delle travi, esecutori dei capannoni Ursa: processati in questi anni, sono stati uno dopo l’altro assolti nei processi che si sono susseguiti perché non era possibile imputare loro negligenze tecniche, poiché rispettarono nel modo più assoluto tutte le norme di progettazione e costruzione in una zona che non era sismica. Fino a quel 20 maggio. Ma proprio dall’ultimo di questi processi è nata questa nuova indagine chiusa ora con le richieste della pm Cavallari. Le nuove accuse della procura vertono sulla violazione da parte di Ursa delle norme di sicurezza sul lavoro.

Lui Tornò indietro

Ma occorre, per spiegare, ricordare il fatto centrale della tragedia: in quell’alba del 20 maggio 2012, dopo le 4. 04, Tarik Nouach stava lavorando quando avvertì la prima scossa: come riferirono i colleghi, si misero in fila indiana per scappare. Tarik, invece di uscire con loro, rimase nel capannone: il suo attaccamento al lavoro, lo portò, invece di scappare e salvarsi, a tornare indietro e mettere in sicurezza la macchina su cui lavorava: fu solo colpa sua? No, ritiene la procura. Che si chiede: perché Tarik si comportò in questo modo? Perché l’azienda Ursa – l’ipotesi d’accusa – avrebbe dovuto formarlo, informarlo su piani di fuga, su cosa fare e non fare in caso di terremoto: i suoi colleghi uscirono a fatica, improvvisando la fuga, ma si salvarono. Tarik no. Il nuovo confronto giudiziario riparte da qui. –

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