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Goro, la difesa del prete: «Nessuna calunnia solo voci del paese»

GORO. Due ore in aula per ribadire che don Tiziano Bruscagin non ha mai calunniato nessuno, attribuendo il coinvolgimento nell’omicidio di Willy Branchi dei fratelli Francesco e Alfredo Gianella, e del loro padre Ildo, deceduto anni fa. Lo hanno ribadito nel pomeriggio di ieri Milena Catozzi e Marcello Rambaldi, i due avvocati difensori del sacerdote, oggi ultra 70enne che vive nel Padovano ed ex parroco a Goro per oltre 20 anni a cavallo del delitto del giovane ucciso nel lontano settembre 1988.

I legali hanno ribadito ciò che don Bruscagin ha sempre riferito, cioè di essere stato portavoce di una voce popolare che negli anni si era prorogata a Goro e che attribuiva quel coinvolgimento per la morte di Willy. Per questo motivo, dopo aver raccolto queste tanti voci che si sono susseguite in paese, lui si era limitato a riferirle senza mai aver avuto intenzioni di calunnia verso altri. Resta però il mistero di quei suoi silenzi, quando messo alle strette dai magistrati si sia trincerano dietro il riserbo e il silenzio, quasi omertoso. Ciò gli contesta la stessa procura di Ferra che ha chiesto per lui il processo e alla precedente udienza la condanna per calunnia alla pena di 2 anni e 8 mesi di carcere, per calunnia. Condanna richiesta anche dalla parte civile per i fratelli Gianella, (rappresentata dall’avvocato Bolognesi) per aver impropriamente fatto i loro nomi contro una famiglia che subisce da 30 anni questa onta. La sentenza è attesa per il 5 luglio prossimo, quando il giudice Vartan Giacomelli dovrà valutare le ragioni delle parti: ultima ma non ultima quella della famiglia Branchi che da 33 anni chiede di conoscere la verità sulla brutalità della morte di Willy, massacrato con una pistola per uccidere i maiali e abbandonato nudo nella golena del Po alle porte di Goro. –


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