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Lettere minatorie, Arquà attacca: «Le ho inviate su richiesta»

Ferrara, l’ex consigliera: «Ho fatto un errore, ma l’idea non era mia». Il suo legale: «I mandanti? Diremo tutto al magistrato»

Arquà: le lettere? Qualcuno mi ha chiesto di inviarle

FERRARA. Rossella Arquà esce dall’angolo e scandisce: «Quelle lettere le ho mandate, ma l’idea non è stata mia. Qualcun altro mi ha chiesto di inviarle e io, sbagliando, l’ho fatto. Non avrei mai agito in questo modo di mia iniziativa, non avevo un solo motivo al mondo per farlo». La consigliera, ormai non più leghista, indagata per minacce e procurato allarme per le lettere minatorie al vicesindaco Nicola Lodi e a se stessa, si ribella all’immagine «di persona pericolosa, da tenere lontana dal Comune con un Daspo, come chiede il sindaco».

Proprio queste ultime dichiarazioni alla stampa, spiega affiancata dal suo avvocato Fabio Anselmo, l’hanno indotta a rompere il silenzio. «Avrebbe voluto parlare prima con il magistrato – interviene il legale – ma ha deciso di fare alcune dichiarazioni pubbliche per spiegare che sì, ha commesso degli errori, ma non è una criminale come vogliono farla passare». E «le sole lettere che ho spedito – precisa Arquà – sono quelle arrivate alla sede della Lega. Con tutte le altre, quelle con i proiettili e quelle arrivate agli altri consiglieri Savini e Caprini, non c’entro nulla, ne sono venuta a conoscenza dalla Digos».



La data dell’interrogatorio davanti al pubblico ministero è ancora da fissare «ma non vedo l’ora di poterlo mettere nero su bianco – riprende Anselmo – Perché a quel punto emergerà tutta la verità, e la vicenda assumerà un altro significato. Di fronte a noi c’è un’autostrada».

La chiave, continua, è nel cellulare di Arquà ancora sotto sequestro «che consentirà di ricostruire tutte le sequenze delle chat e dei messaggi, da cui si può dedurre un’interpretazione ben diversa dei fatti . Non appena ne torneremo in possesso, tutto sembrerà più chiaro».

Dunque restano per ora gli “omissis” sull’identità del mandante (o dei mandanti) delle missive incriminate, così come sui motivi che hanno convinto la consigliera «ad agire da bravo soldatino, secondo un accordo», continua il legale. Per il momento si può dire quello che “non è stato”: non è stata un’azione compiuta per gelosie o invidie politiche, o perché voleva un lavoro, né tantomeno per motivi sentimentali, mette in chiaro Rossella Arquà smentendo tutte queste ipotesi una dopo l’altra.

Le diffida alla surroga inviata a tutti i consiglieri, sottolinea Anselmo, contestando come non valide le sue dimissioni, «ha tra gli altri l’obiettivo di consentire alla mia assistita di intervenire al consiglio comunale di lunedì, e dire il suo punto di vista». Consiglio a cui Arquà in ogni caso non parteciperà: l’assemblea procederà con la discussione sulla surroga e la seduta si terrà da remoto.

«Volevo parlare al consiglio – ribadisce sibillina – E finché il vicesindaco Lodi continuerà a mantenere il suo ruolo istituzionale, non vedo il motivo perché io debba lasciare». Sulle dimissioni, che Arquà sostiene di aver firmato in un momento di grande difficoltà emotiva, è già pronto il braccio di ferro: «Se il Consiglio procederà con la surroga, faremo tutti i passi necessari. Ci rivolgeremo al Prefetto e, nel caso le sedute dovessero essere poi invalidate, alla Corte dei Conti. La segretaria generale ritiene che tutto si sia svolto secondo la procedura corretta? Ne prendiamo atto, ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Noi riteniamo che Arquà ha tutti i diritti per continuare a essere consigliera. Il presidente del consiglio comunale Lorenzo Poltronieri ci vuole querelare per la ricostruzione su come sono avvenute le dimissioni? Si accomodi».

Perché la questione, proseguono, va ben oltre i tecnicismi, ma è tutta politica. Resta, da parte di Arquà, la «profonda delusione per questa Lega; mi ha tradita, non ho ricevuto nessuna solidarietà, con queste persone ho chiuso, e a Lodi (con cui si era scusata dopo essere stata indagata, ndr) non ho più nulla da dire».

Arquà lo aveva conosciuto sei anni fa, «in occasione della prima diretta al Palaspecchi. Da lì cominciò la mia militanza nella Lega, con entusiasmo, orgogliosa dei compiti organizzativi che mi venivano assegnati. Allora lavoravo al frigo di un’azienda ortofrutticola, poi quattro anni fa ho perso il lavoro», racconta.

«Se si conoscono tutte le sfaccettature, questa vicenda è quasi commovente – conclude Anselmo – Ritengo che qualcuno si sia approfittato di lei, poi le è crollato il mondo». L’ultimo messaggio, però, è per Fabbri: «Dice che voglio darmi alla politica? Non si preoccupi, non ne ho intenzione, non potrei mai essere un sindaco bravo come lui». —

Alessandra Mura

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