Le aziende a Ferrara: non temete ondate di licenziamenti

Ma le materie prime scarse sono un guaio. I sindacati chiedono la convocazione del tavolo provinciale del lavoro

FERRARA.  Ora che il governo ha dato via libera ai licenziamenti con l’eccezione delle imprese collegate al sistema tessile, ci si accorge che le aziende, quelle ferraresi almeno, non sembrano aver bisogno di liberarsi di manodopera superflua. Anzi, stando alle analisi delle stesse organizzazioni imprenditoriali, la ripresa-sprint alla quale si iscrive anche il Ferrarese è minacciato proprio dalla difficoltà a reperire manodopera specializzata, oltre che alla sovradomanda di materie prime e alla conseguente necessità di anticipare ingenti somme per garantirsi le forniture. «Conosco aziende che stanno comprando acciaio, rame, pannelli solari “al buio”, senza sapere a che prezzo li salderanno - racconta Paolo Cirelli, segretario provinciale Confartigianato - Abbiamo calcolato in 270 milioni il costo per il sistema Ferrara dell’aumento dei prezzi delle materie prime in questa fase di ripresa».

I sindacati restano invece su chi vive e chiedono la convocazione preventiva del tavolo provinciale per il lavoro.


Il tessile serve. Avrà un impatto positivo l’aver preservato un solo settore dai licenziamenti? «Secondo noi sì - risponde Pier Luigi Zaina, vicepresidente di Confindustria Emilia Centro e imprenditore tessile - Il settore maglieria, dove opera il mio gruppo, durante il Covid ha retto mentre ha patito tantissimo il comparto abiti formali, cravatte e articoli da cerimonia. È giusto che le imprese non decotte ma in difficoltà momentanea di quest’ultimo gruppo, e ne conosco anche nel Ferrarese, abbiamo la possibilità di riprendersi con il prolungamento del blocco e di conseguenza degli ammortizzatori sociali. Ma non si può bloccare il mercato del lavoro di tutta la manifattura, è chiaro poi che ci sarà un gruppo d’imprese non in grado di allinearsi con gli standard in tema di digitalizzazione, certificazioni, impatto zero, la cui forza lavoro sarà da tutelare con gli strumenti a disposizione».

Secondo Cirelli il Ferrarese è allineato con i dati della ricerca nazionale secondo la quale «l’84% delle nostre aziende non si pone proprio il tema di licenziare. Ci preoccupa semmai la doppia scarsità che si profila, di manodopera specializzata e di materie prime. L’esempio degli enti bilaterali che hanno funzionato benissimo durante il Covid possono peraltro essere d’esempio su come utilizzare gli ammortizzatori sociali per le imprese in difficoltà. Il rincaro di queste ultime si scaricherà sul prezzo finale nel mercato privato, mentre nei lavori pubblici è necessario che la Regione riveda il tariffario di riferimento per le stazioni appaltanti, a partire dai Comuni».

La benzina giusta. Per far ripartire la macchina delle imprese c’è anche bisogno della benzina della liquidità, soprattutto dovendo confrontarsi con gli acquisti anticipati delle materie prime. Le banche, a quanto risulta a Confartigianato, «sono piene di soldi ma anche di vincoli per prestarli, aiutano la garanzia pubblica sui fidi che è comunque stata ridotta, e la moratoria su finanziamenti e leasing, prolungata fino al 31 dicembre. Era però necessario richiedere il prolungamento e non sappiamo se tutte le imprese con queste esigenze ne fossero informate - conclude Cirelli - Dobbiamo dire che tra le realtà a da noi seguite, tutte contattate, un buon 30% non ha ritenuto di dover richiedere il prolungamento di questa moratoria».

Prepararsi al bivio. Parla di «bivio in vista per settembre» il segretario Cna, Diego Benatti, secondo il quale «chi aveva dei contratti a termine in scadenza ed è stato fermo per Covid, li ha già risolti. I nostri artigiani con due-tre dipendenti non pensano certo di salvarsi dalle difficoltà licenziando, il tema piuttosto è come evitare che queste aziende chiudano. La situazione molto pesante delle materie prime nel manifatturiero fa da contraltare alla forte ripresa di settori finora “chiusi”, cioè turismo, ristorazione, manutenzioni e anche l’edilizia».

Dubbi e richieste. Più che le dinamiche del mercato attuale del lavoro, a dare un minimo di rassicurazioni a Cristiano Zagatti (Cgil) sono due fattori specifici: «Diciamo che se non fossi segretario di una Camera del lavoro emiliana sarei preoccupato. Qui c’è il Patto regionale per il lavoro ad agire per salvaguardare l’occupazione, presumiamo che nemmeno Confindustria voglia sottrarsi a quanto da lei stessa firmato. Inoltre anche le nostre imprese sono state massicciamente sostenute da risorse pubbliche in questi mesi, confidiamo quindi non possano mettersi a licenziare prima di tentare tutte le strade possibili». In ogni caso il segretario Cgil gioca d’anticipo, «poiché anche nel pre-Covid non è che le nostre imprese brillassero, vedrei bene la convocazione del tavolo di confronto e crisi in Provincia proprio per intercettare in anticipo eventuali segnali di difficoltà e intervenire preventivamente».

Ñon è convinto della suddivisione a codici Ateco delle aziende da salvaguardare, il numero uno della Uil, Massimo Zanirato, «non si capisce perché chi fa camicie debba essere tutelato e chi fa i bottoni, parte della filiera della gomma plastica, no. E bisognerà prestare molta attenzione a cose succede nelle singole aziende, perché se non ci saranno licenziamenti di massa come dicono gli imprenditori, magari si rischiano allontanamenti individuali, di lavoratori poco graditi alle aziende». —

Stefano Ciervo

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