Contenuto riservato agli abbonati

Emilia Romagna, Bonaccini: «Non servono progetti acchiappa voti ma azioni che lascino il segno per anni»

Il colloquio del direttore della Nuova Ferrara col presidente della Regione che dice: «Politici andate in piazza»

Stefano Bonaccini, nell’ultimo sondaggio del Sole 24 Ore sul gradimento degli amministratori lei è il presidente di Regione più popolare dopo Luca Zaia. Ha appena dato alle stampe il suo ultimo libro in cui esce dai confini dell’Emilia-Romagna e parla del Paese. Che fa, studia da prossimo segretario del Pd o punta al posto di Mario Draghi?

«Guardi, io ho ancora quattro anni di governo in questa Regione ed è l’impegno che avevo preso quando mi sono ricandidato auspicando di farcela a vincere le elezioni in un momento in cui tutti pronosticavano una sconfitta. Quindi il mio futuro è qui. Però credo che l’Emilia-Romagna debba avere l’ambizione non di insegnare qualcosa agli altri ma di indicare al Paese alcune buone pratiche e politiche che ci hanno garantito in questi anni di essere la locomotiva di Italia in termini di crescita, dimostrando che in questo Paese non è vero che non funziona niente. Quindi, quelle del libro sono alcune idee, non è un programma elettorale. Sono idee che per me possono servire anche all’Italia. Ho sempre detto che se l’Italia assomigliasse all’Emilia-Romagna sarebbe un Paese migliore. Dopodiché ai sondaggi do importanza relativa. La politica è soggetta a variazioni con picchi e cadute di consenso. È meglio mantenersi con i piedi per terra e lavorare».


Nel libro, “Il Paese che vogliamo”, scrive che “l’Italia ce la può fare se recupera respiro, progetti di medio e lungo periodo, ambizione di cambiamento profondo”. Come si fa con una politica ridotta quasi unicamente alla ricerca del consenso immediato?

«Purtroppo è così. Quando il presidente Draghi era da Matterella per le consultazioni, durante la formazione del Governo, fece una cosa inusuale. Chiamò non solo le forze politiche in Parlamento ma anche il sottoscritto, perché in quei giorni ero ancora presidente della Conferenza Stato Regioni e chiese un parere su quello che ai territori serviva. Fui chiaro: dissi a Draghi che gli auguravo di essere il presidente del miglior governo del mondo ma che senza il contributo dei territori non si sarebbe riusciti a far fruttare gli oltre 200 miliardi di euro che l’Europa meritoriamente ci ha assegnato e che ci potrebbero permettere di rilanciare il Paese. Nel libro parlavo di “respiro” perché mentre al governo abbiamo chiesto una cornice di programmi, noi amministratori dobbiamo evitare progetti solo per prendere tre voti in più domattina ma fare piani che servano per i prossimi dieci o vent’anni. Il fatto che il presidente Draghi la prima e per ora unica visita pubblica nel Paese l’abbia fatta in Emilia-Romagna è perché qui, arrivando il centro meteo europeo con 1.500 ricercatori e con l’acquisto del super computer di calcolo tra i primi dieci al mondo, saremo la Data Valley, con l’80% della capacità di calcolo italiano e il 21% di quella europea, consentendo al Paese di competere finalmente con gli Stati Uniti e la Cina. Questi sono i progetti di lungo respiro per la competitività che serviranno anche ai nostri figli e nipoti».

Nel suo primo mandato da presidente lei ha percorso 800mila chilometri. Ci sono molti politici, anche del suo partito, che questa propensione a girare tra la gente non ce l’hanno più.

«Se uno mi chiede il nome dei 328 comuni emiliano romagnoli io li conosco tutti. Ne conosco i difetti, i problemi, le opportunità e le eccellenze. Basta per governare bene? Credo di no. Ma se vuoi governare bene devi conoscere i territori. È vero: sento politici, anche della classe dirigente del mio partito, parlare con un linguaggio per il quale mi viene il sospetto che non frequentino un bar, una piazza, un mercato da chissà quanti anni. Ma ho fiducia e confido che si possa recuperare e rimontare questa distanza».

Fra pochi mesi si vota in molte città per le amministrative. A Bologna lei ha detto venerdì che è possibile una alleanza tra Pd e M5S. L’aveva detto anche un anno e mezzo fa per la sua campagna elettorale alle regionali e non se ne fece nulla. Continua a crederci?

«Io penso che le alleanze si fanno a livello territoriale e si fanno con chi condivide un programma. Non ci ho mai creduto, tanto meno oggi, ad alleanze fatte a tavolino solo per battere gli avversari. Perché se ti metti insieme senza condividere il programma ma solo perché hai paura che vincano gli altri i cittadini lo capiscono e ti penalizzano. Io ci provai col M5s: mi dissero di no. Gli risposi: amici come prima però sappiate che verremo a prendere i voti uno a uno a casa vostra e andò così. Se il Movimento 5 Stelle confermerà un’impostazione come quella degli ultimi tempi, europeista, riformista e progressista li vedo come naturali alleati. Ma, ripeto, le alleanze si devono fare sui programmi».

Bonaccini, qual è il vero problema del Pd? È un partito in crisi di identità?

«Io penso che si debba rimarcare e precisare meglio la propria identità».

Cioè essere un partito di sinistra. Ma per lei cosa vuol dire sinistra?

«Per me la sinistra dovrebbe essere colei che riesce con azioni concrete a migliorare la condizione reale e sociale delle persone. Io sono tra quelli che ha chiamato Enrico Letta, dopo le dimissioni di Zingaretti, dicendogli: Enrico, adesso tocca a te, lo devi fare ed evitare un congresso che sarebbe una sciagura. Eravamo nel pieno della pandemia e rischiavamo di perdere i 200 miliardi dell’Europa. Se ci fossimo attardati a fare un congresso credo che la gente avrebbe fatto bene a mandarci a casa a calci nel sedere. Saremmo stati visti come marziani. Credo però che vada rimarcata un’identità un po’ più robusta del Pd, puntando ad avanzare sul terreno dei diritti civili, dallo ius soli al decreto legge Zan. Per dirla con una battuta: preferisco un Paese in cui si approva il Ddl Zan piuttosto che uno che vuole assomigliare a quello di Orban. Dopodiché i diritti civili bisogna accompagnarli ai diritti sociali: lavoro, impresa, scuola, sanità. Ad esempio, sulla sanità pubblica fossi nel mio partito ci farei una campagna nazionale. Durante la campagna elettorale per le regionali dello scorso anno i miei sfidanti insistettero sulla privatizzazione di una parte rilevante della sanità pubblica. Io mi opposi perché nella mia idea di società il diritto alla salute e quello all’istruzione vanno garantiti a chiunque, indipendentemente da dove nasci e da quale conto hai in banca. Oggi vedo che chi proponeva quel modello non lo fa più, quasi se ne vergogna: vuol dire che avevamo ragione».

Riforma della giustizia. Conte dice di no: lo scoglio è la prescrizione. Lei come la pensa?

«Il tema di una giustizia drammaticamente lenta, che ci pone fanalino di coda tra i Paesi europei, è un problema serio. Quindi una riforma serve. Dopodiché io mi auguro che si trovi una mediazione in Parlamento e arrivi una soluzione che serva al Paese e non solo a qualcuno».

Presidente, nel suo libro ha dedicato un capitolo a come in Emilia-Romagna si è affrontata l’emergenza Covid. Qualche giorno fa ha lanciato un allarme sulle scorte vaccinali: è rientrato? Che previsioni ci sono?

«L’allarme per fortuna si è ridotto. Sono arrivate quasi tutte le scorte. Do atto al generale Figliuolo del grandissimo lavoro che sta facendo. In Emilia-Romagna siamo a 1,6 milioni di vaccinati definitivamente, per un altro milione si sta procedendo con la seconda dose. Entro fine estate tutti quello che lo vorranno saranno vaccinati. Ora la variante Delta sta facendo risalire la curva dei contagi. I ricoverati però sono pochi. E sono tutti non vaccinati».

Come si fa allora a convincere gli scettici?

«Guardi, abbiamo avuto oltre 13 mila morti in Emilia-Romagna. I decessi sono avvenuti a causa del virus, non del vaccino. Oggi abbiamo in tutta la regione 15 persone ricoverate in terapia intensiva, nel pieno della pandemia erano 500, senza contare le migliaia di ricoverati nei reparti Covid. I decessi sono arrivati vicino allo zero. Questo grazie campagna vaccinale. E a chi è ancora titubante dico che oltre al rischio sanitario c’è anche quello economico. Se a causa di chi non si vaccina ripartono i focolai e si deve chiudere tutto un’altra volta ci troveremo in una situazione drammatica. Non possiamo più permettercelo».

Nell’ultimo anno l’Emilia-Romagna ha avuto più eventi internazionali di ogni altra regione tra Formula 1, MotoGp, Superbike e mondiali di ciclismo. Ma quell’idea delle Olimpiadi di qualche tempo fa, insieme alla Toscana, era propaganda o qualcosa di concreto?

«Propaganda? Assolutamente no. Ci proveremo. La delega allo sport l’ho tenuta io. Nella politica si tende a considerarla di serie B, io la ritengo importantissima. Sport è sinonimo di coesione sociale, di contrasto alle patologie, di turismo. Noi abbiamo due sogni sui quali stiamo lavorando: il Tour de France e le Olimpiadi, entrambi insieme alla Toscana. Per il Tour abbiamo incontrato poco tempo fa Christian Prudhomme, il direttore della corsa. Insieme al sindaco di Firenze, Dario Nardella, e al presidente della Toscana, Eugenio Giani, stiamo cercando di portare la partenza e un paio di tappe del Tour del France tra Emilia-Romagna e Toscana nel 2024. Potrebbero essere le prove generali per candidarci alle Olimpiadi del 2032, sempre insieme alla Toscana. Ci proviamo partendo da molti impianti già esistenti, quindi senza sprechi. Abbiamo Adriatico e Tirreno e undici siti Unesco. Potrebbero essere le Olimpiadi della cultura».

Scusi, e per l’atletica in che stadio si va? Al Franchi o al Dall’Ara?

«Per quello potremmo chiedere il sostegno di un’altra regione…».

Presidente, in campagna elettorale lei auspicò la riapertura dei punti nascita in montagna. A Reggio Emilia e Modena il dibattito resta. E non è stato riaperto nulla. C’è qualche novità?

«La volontà non cambia. Le chiusure hanno significato un depotenziamento dei servizi, sia a Castelnovo Monti, nel Reggiano, che a Pavullo, nel Modenese. So che molti professionisti chiedono massima attenzione alla sicurezza ma non tralasciamo nulla, partendo dal fatto che ora abbiamo un servizio di elisoccorso attivo 24 ore al giorno. Abbiamo presentato al ministro Speranza un progetto ma la nostra volontà da sola non basta. Serve un cambio di norme. Appena ci sarà noi ci faremo trovare pronti».

Infrastrutture: parliamo da anni della Cispadana, della terza corsia sull’A13, del Passante nord. A che punto siamo?

«Siamo a 100 metri dal traguardo. Noi per la Cispadana ad esempio abbiamo già impegnato 100 milioni di euro. La palla è in mano al Governo che deve trovare un accordo tecnico per assegnare le concessioni a chi dovrà gestire queste infrastrutture. Che a noi servono: dobbiamo collegare i distretti ceramico e biomedicale con l’autostrada del Brennero e quindi con l’Europa. Su questo tema ho scritto a Draghi poche settimane fa. Ho firmato una lettera assieme ai presidenti delle Province coinvolte, ai sindaci, ai sindacati e alle associazioni di impresa. Nel Pnrr ci sono 7 miliardi di euro di opere già pronte a essere finanziate. Pensate a quanti posti di lavoro ci sono in ballo. È ora di correre». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA