Contenuto riservato agli abbonati

Tarik morì schiacciato sotto il capannone. Quattro dirigenti Ursa patteggiano le pene

I legali: «L’azienda ha scelto di chiudere il processo: una tragedia per tutti, vissuta vicino alla famiglia del dipendente» 



Bastano poche decine di minuti, e il processo per una delle tragedie del terremoto del 2012, quella dell’Ursa, si chiude dopo 9 anni di inchieste, raffiche di indagati, perizie e udienze infinite. Si chiude con il patteggiamento dei quattro dirigenti dell’Ursa, accusati per la morte di Tarik Naouch, un operaio di 29 anni che rimase schiacciato dalla parte centrale del capannone dello stabilimento di Stellata di Bondeno. Accusa che si concretizzava – la tesi della procura – per la violazione delle norme di sicurezza interne, in quanto gli operai – Tarik in primis – non vennero formati e informati su cosa e come farlo in caso di terremoto. Tre dei massimi dirigenti della multinazionale, leader europeo della produzione di isolanti (Michel Christian Alexander, Jakob Heinz Holland, Joaquin Agramunt Lozano), come presidente e membri cda, hanno patteggiato pene di 1 mese e 20 giorni, convertite in pena pecuniaria di 13. 500 euro, mentre il direttore dello stabilimento bondenese nonché responsabile della sicurezza, Simone Marescotti ha patteggiato una pena di 2 mesi e 10 gironi, convertiti in 17. 500 euro (la procura era partita con calcoli di 7 e 6 mesi, con le attenuanti possibili).


Pene “simboliche” a conclusione di un iter processuale intricato, e proprio per evitare il processo – che la pm Isabella Cavallari aveva chiesto al gup Carlo Negri – all’udienza di ieri, l’azienda Ursa ha valutato un compromesso giudiziario. Lo spiega Francesco Lalli, difensore di Ursa con Raffaella Quintana, studio Dla Piper di Roma: «avevamo valide ragioni da opporre all’accusa ma davanti alla prospettiva di un giudizio lungo e complesso abbiamo scelto il patteggiamento con sanzioni simboliche, ricordando che questa scelta non è espressione di ammissione di responsabilità». E ancora: «Non siamo voluti entrare nel merito del processo, vista la dimostrata buona fede e volontà di una multinazionale che ha vissuto la vicenda con la stessa drammaticità della famiglia di Tarik (Ursa ha risarcito la famiglia, ndr)». Restano però le presunte violazioni di norme di sicurezza: «Quello dell'accusa era un presupposto labile e traballante, ma ripeto non siamo voluti entrare nel merito». L’ipotesi d’accusa di mancanza di sicurezza verteva sul fatto che gli operai non fossero stati formati e informati: la conferma, che quella notte del 20 maggio 2012, gli operai uscirono dai capannoni senza seguire regole, una di loro – rischiando – tornò indietro a prendere un cellulare. E Tarik nemmeno scappò: lui che veniva chiamato “capetto” e zelante nel suo lavoro, si attardò per mettere in sicurezza la macchina: non riuscì a scappare e morì sotto le travi. In un eventuale processo, questo, per paradosso, sarebbe potuta diventare una sua colpa, e una attenuante per i dirigenti Ursa. –

© RIPRODUZIONE RISERVATA